locarno 2017

“Madame Hyde”

973046di Gabriele Ottaviani

Madame Hyde. Di Serge Bozon. Liberamente tratto, con ogni evidenza sin dal titolo, da Stevenson. Con Isabelle Huppert (È simpatico, ma gli romperei il muso, I santissimi, Il giudice e l’assassino, Operazione Rosebud, La merlettaia, Violette Nozière, La storia vera della signora delle camelie, Loulou, I cancelli del cielo, Passion, Storia di Piera, Madame Bovary, Il buio nella mente, Le affinità elettive, Grazie per la cioccolata, La pianista, 8 donne e un mistero, Amour, Bella addormentata, Segreti di famiglia, Il condominio dei cuori infranti, L’avenir, Elle, Happy end, Barrage) e Romain Duris (L’appartamento spagnolo, Parigi, Il truffacuori, La schiuma dei giorni, Rompicapo a New York, Una nuova amica). Madame Marie Géquil (Huppert) insegna fisica nella sezione tecnologica – di fatto una classe differenziale esclusa da ogni progetto e composta da una dozzina e mezza, all’incirca, di adolescenti maschi di provenienza multietnica, tra cui Malik, che soffre per la sua disabilità, si comporta da bullo più degli altri ma naturalmente è un cuor d’oro con enormi potenzialità, per lo più pluribocciati e interessati al rap o ai supereroi, non alla scuola, e da due ragazzine bionde che fanno rimpiangere per simpatia le gemelle di Shining – del liceo Rimbaud, una scuola di frontiera, banlieue che più banlieue non si può, gestita da un preside idiota e vanesio (Duris). È timida. Remissiva. Modesta. Umile. Non ha polso. Le fanno scherzi odiosi. Sembra sempre chiedere scusa di esistere. È buona e preparata. Ma allegra come il cardigan infeltrito giallo canarino stinto che indossa sovente abbinandolo a una gonna lunga plissettata rosa smorto. È sempre sotto accusa, ogni due per tre le mandano un ispettore ad analizzarne il lavoro, che comunque conduce con onestà da più di trent’anni. Il tirocinante che le affidano teme di fare la sua fine. E dire che si tratta di un piagnone trentacinquenne arrivato terzo al concorso ma che va in giro con giacca, gilet di lana, cravatta e capelli con la riga da una parte, pallido come un cencio: buon Dio, si guardasse lui… Quando le va bene, è compatita. E ci fosse un cane che la rispetta. O meglio, due sì. Quelli della vicina cui dà da mangiare le pessime pietanze che il suo devoto marito, che di mestiere fa il casalingo, le propina. E che lei mette da parte senza che lui se ne accorga per non dispiacerlo. Un giorno, mentre in cielo sta per manifestarsi il fenomeno della luna rossa, è in laboratorio. E resta vittima di un colpo di fulmine. Non nel senso, però, che le si palesa dinnanzi il primo Matthias Schoenaerts che passa, per dire, e dunque lancia alle ortiche camice, borsa e scarpe col mezzo tacco e dà il via a una folle passione (per quanto Isabelle Huppert non sia nuova al sesso sullo schermo, e anche qui si concede una breve sequenza a seno nudo, sventuratamente una delle più inutili del film, tripartito senza alcun motivo valido, che comunque di non necessarie ne ha parecchie). Bensì proprio nel senso che una scarica elettrica la prende in pieno, una roba che non ti salva nemmeno la gabbia di Faraday (nominata non casualmente…), insomma. Eppure non passa a miglior vita. Però sviene e diventa un’altra… Un film con queste basi di partenza può essere gradevole? Sì. Se è fatto bene. Ma questo purtroppo non lo è. Scombiccherato, altalenante, ondivago. Un filmetto, a tratti un filmaccio. Nonostante alcuni passaggi graziosi e un’interprete superlativa che recita bene anche con la schiena e riesce a rendere credibile pure l’incredibile (le parole Huppert e remissività nella stessa frase di norma stridono, eppure…): peccato.

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