Libri

“La guardia, il poeta e l’investigatore”

5965-3di Gabriele Ottaviani

Sugiyama, appoggiato al muro di mattoni, tirò fuori dalla tasca interna della divisa un foglietto accartocciato e lo aprì. La luce del sole invernale illuminava quella goffa calligrafia. Nello specchio di rame chiazzato di ruggine resta impresso il mio volto coperto di vergogna traccia di quale dinastia? Ogni singola parola aveva fatto breccia nel suo cuore. Dong-ju gli si parò davanti nella sua magrezza scheletrica. Sugiyama alzò lo sguardo, ripiegò con cura il foglio di carta e se lo rimise in tasca. «Come fai ad avere quella poesia?» chiese Dong-ju. Sugiyama non sapeva cosa rispondere. Era stato lui ad aver dato alle fiamme le poesie di Dong-ju e non poteva certo dirgli che quella poesia aveva guarito il suo cuore malconcio. Non poteva certo confidargli che ogni volta che la leggeva, era come se finalmente avesse trovato quel che cercava disperatamente da tempo. Pensando di essere l’unico che poteva salvare le poesie di quel giovane, aveva iniziato a impararle a memoria, a leggerle e recitarle come fossero preghiere, a conservarne una copia nel taschino. «Queste poesie mi hanno aiutato e potrebbero aiutare anche altri. So con certezza che possono far sentire meglio chi le legge» disse Sugiyama, cercando di eludere la domanda che Dong-ju gli aveva fatto. Dong-ju chiuse gli occhi. Riusciva quasi a sentire il frullo d’ali dei corvi in cima ai pioppi. La sottile patina di ghiaccio che aveva in viso sembrava sul punto di creparsi. «È possibile che in giro ci sia una copia del libro». Gli occhi di Sugiyama brillarono. Se da qualche parte vi era una copia del manoscritto, significava che anche le poesie potevano essere ritrovate. Se così fosse stato il suo senso di colpa si sarebbe acquietato. «Dove?» chiese, afferrando Dong-ju per le spalle e scuotendolo. Dong-ju sollevò lo sguardo e fissò il cielo terso. «Non lo so, è da molto tempo che quei fogli non sono più nelle mie mani».

La guardia, il poeta e l’investigatore, Jung-myung Lee, Sellerio, traduzione a cura di Benedetta Merlini. Jung-myung Lee, autore nativo di Taegu, a nemmeno un’ora di volo da Seul, celeberrimo in patria (ma non solo) dove, dopo aver studiato letteratura coreana, ha lavorato come giornalista, e le cui prove letterarie, tra cui Painter of the wind – in Italia La regola del quadro –, hanno ispirato serie tv e film (Portrait of a beauty, per esempio), torna a tessere i fili della storia del suo paese con una potente voce narrativa che non lesina in dettagli, sensazioni, emozioni e brillante e caleidoscopica inventiva, e che si dispiega ampia attraverso le pagine e le evoluzioni di una prosa armoniosa e avvolgente, che, come un fiume ricco di anse, placido ma mai stagnante, procede fluida e coinvolgente e dà vita a una miriade di suggestioni che raccontano vicende capaci di alimentare una profonda analisi sulla natura umana e molteplici riflessioni su tutti i temi fondamentali dell’esistenza e sul valore stesso della letteratura, salvifica per antonomasia, specie se si deve combattere lo squallore, il dolore, la miseria, l’orrore. Se nell’altro caso raccontava di due pittori realmente esistiti nel diciottesimo secolo, qui si immerge nelle radici della violenza spersonalizzante della Corea occupata dai giapponesi nel millenovecentoquarantaquattro, a partire dall’indagine relativa a un delitto, la morte di una feroce guardia carceraria, dando vita a una prova davvero mirabile.

Annunci
Standard

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...