Libri

“Io non c’ero”

NAZIO cop OKOK-1di Gabriele Ottaviani

La belva sanguinaria della mafia dei Corleonesi non è sazia. Dopo lo strazio di Capaci e l’esplosione di via D’Amelio, la strategia della vendetta stragista contro le condanne del maxiprocesso cerca altri obiettivi da colpire. Il più grande processo a una organizzazione criminale celebrato in Italia, finito con la condanna all’ergastolo dei componenti della Cupola e duemilaseicentosessantacinque anni di carcere inflitti agli affiliati a Cosa Nostra, aveva provocato la reazione stizzita di Totò Riina. Nell’aula bunker del carcere dell’Ucciardone si erano esposti i pubblici ministeri, il giudice del processo, Alfonso Giordano e un giovanissimo giudice a latere, Pietro Grasso. Siciliano di Licata, classe 1945, nel 2005 diventa capo della Procura Nazionale Antimafia, nel 2006 contribuisce alla cattura del superlatitante Bernardo Provenzano. Dopo aver lasciato la magistratura, Grasso il sedici marzo del 2013 viene eletto presidente del Senato. Domenica diciassette marzo il neopresidente deve partecipare a un convegno sulla legalità al teatro Golden di Roma. Sono in molti a scommettere che in base ai nuovi, e imprevisti, impegni tra cui un appuntamento con il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, non verrà. Invece, tra lo stupore dei partecipanti, il neopresidente Grasso arriva puntuale accolto da un lungo applauso. Al convegno partecipano Marcella Lucidi, già sottosegretario agli Interni, David Sassoli, parlamentare europeo, e Nicolò Mannino, presidente del Parlamento della Legalità. In quell’occasione l’intervento di Grasso viene introdotto dalla lettura dell’attore Stefano Miceli di un brano del libro “Il bambino che sognava i cavalli” di Pino Nazio in cui si parla dello sventato attentato al giudice di Licata. Grasso prende la parola e descrive dettagliatamente quei drammatici giorni in cui, dopo Falcone e Borsellino, un altro giudice doveva saltare per aria. Sono giorni di polemiche politiche sul ruolo dei giudici…

Sono passati venticinque anni, ma il ricordo ancora non si spegne. Non può, non deve spegnersi. Perché la lotta contro la mafia non è stata vinta. I diritti non sono qualcosa che ci si può permettere di dare per acquisiti, scontati, sempiterni. Ogni giorno bisogna impegnarsi, perché gli uomini buoni e giusti possano vivere in un mondo giusto e buono. E siccome il mondo non è di proprietà degli adulti, ma è preso in prestito dai ragazzi, dalle generazioni future che avranno poi la responsabilità di amministrarlo, e che dovranno riceverlo nelle migliori condizioni possibili, è ai giovani che bisogna rivolgersi. I giovani che non c’erano, che non sanno, che non sono stati testimoni diretti, perché non erano nati, quelle ragazze e quei ragazzi a cui va raccontata la storia, va trasmessa la verità. Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sono stati uccisi perché combattevano il crimine. Insieme a loro hanno perso la vita uomini e donne egualmente innocenti. Nicolò Mannino e Pino Nazio, con prefazione di Andrea Orlando, scrivono Io non c’ero – Cosa sanno i giovani di Falcone e Borsellino, che si avvale di testimonianze illustri e di una messe di documenti fondamentali. Edito da Ponte Sisto, è assolutamente da non perdere. Semplicemente per una questione di civiltà.

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