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“Nuvole di fango”

41XfT-vgVNL._SY346_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Ma ripensava anche a quel giorno con Betsy. A volte sentiva il desiderio improvviso di andare dalla madre, metterle una mano sulla fronte e poi abbassarla sulle palpebre, come se in quel modo potesse raggiungere il punto del suo cervello in cui erano conservate le immagini e i pensieri su quel giorno. Quasi potesse pulire quella macchia come condensa da una finestra. La madre doveva sapere che era successo qualcosa con quella bambina. Ma Jonathan voleva che vedesse soltanto ciò che lui era adesso, doveva vederlo per come stava diventando. Migliore. Prestava attenzione a tutto quello che faceva la madre, la osservava. Vedeva che il suo corpo stava scontando il caldo. Tossiva di più, aveva il respiro più affannato. E ogni giorno Jonathan si riprometteva di impegnarsi ancora di più l’indomani. Di tenere la casa ancora più pulita, di levare di torno la polvere più ostinata, di soffiare via la sabbia da ogni angolo e fessura, di passare lo straccio, di lavare i pavimenti. Era stato fortunato a poter tornare al lavoro. Il fatto era che suo padre era stato capomastro della fabbrica per quindici anni e che, a suo tempo, suo nonno aveva fondato l’azienda. Altrimenti non l’avrebbero fatto tornare di certo, pensò. Si metteva al suo posto fisso al nastro, come faceva da sempre. Nell’angolo più lontano, sotto il neon bluastro. Nessuno lo degnava di un’occhiata, come al solito, ma adesso sentiva gli altri uomini che lo guardavano quando lui era girato dall’altra parte. Gli sguardi gli bruciavano sulla nuca. Li tagliava fuori alzando le spalle come una diga, infossando la testa nel collo della sua tuta di tela cerata sporca e puzzolente.

Nuvole di fango, Inge Schilperoord, Fazi, traduzione a cura di Stefano Musilli. Un formidabile esordio: basterebbero queste tre parole per descrivere il romanzo, che sin dalle prime righe palesa una straordinaria maturità, una maiuscola potenza evocativa, una squillante vena narrativa. Esistono tanti tipi di pesci: ci sono le carpe per esempio, in particolare quelle giapponesi, le carpe koi, i pesci coccoloni per eccellenza: lo ricorda anche Ivan Cotroneo, nel suo magnifico Cronaca di un disamore. E poi ci sono le tinche. Che si nascondono nella melma dei fondali. Restano il più possibile immote. Quando si spostano, è inevitabile che sollevino una nuvola di fango. Jonathan è come se fosse una tinca. È circondato da torbidi residui. Ha trent’anni. È stato in galera. Gli piacciono le bambine. Torna a casa. La madre è sola. Lui è solo. Il villaggio di pescatori dove affondano le sue radici è sul viatico della desolazione. Jonathan ha una mente malata. Ama gli animali. E un giorno incontra Elke. Una bambina. E inizia una straziante lotta contro di sé… Deflagrante.

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