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“Giardini”

41HC+tOqPnL._SY346_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Una volta Chuang Tzu sognò di essere una farfalla e si chiese se era lui ad aver sognato di essere una farfalla o se era la farfalla ad aver sognato di essere lui. Così anche per Lane: «Il giardino e io ci sogniamo e tutto in questo luogo è in armonia». In questa armonia il presente recupera il legame con il passato. Nel ricordo di Lane «[il passato] è vivo ed è come se mi stesse sognando. Senza il passato non posso imparare a vivere nel presente che scorre». Viviamo in un’epoca che vuole dimenticare, che vuole rendere il presente frammentato e discontinuo, «ma dimenticare significa dover ripetere tutto quello che è avvenuto prima […]. I momenti che rimangono impressi nella memoria devono essere decifrati. Solo allora li si può lasciare andare». Il giardino è il luogo in cui avviene questo recupero del tempo passato. È sognandosi nel giardino che Lane resuscita le estremità del tempo – sia esso il tempo individuale, storico o geologico –, perché tutte queste dimensioni del passato confluiscono nel suo mezzo acro di terra, che è un’estensione del suo corpo. Marcel Proust ha detto che «i veri paradisi sono i paradisi perduti», ma il sogno-giardino di Lane lo porta a un’altra conclusione: «Nulla è perduto, l’antico paradiso della metafora e del mito cresce qui, sotto i miei piedi vivi».

Giardini – Riflessioni sulla condizione umana, Robert Pogue Harrison, Fazi. Traduzione a cura di Marianna Matullo e Valentina Nicolì. Noi siamo anche l’ambiente che ci circonda. In esso ci rispecchiamo. In esso viviamo. Su di esso esercitiamo il nostro controllo. In esso ricerchiamo la bellezza, il senso del mondo e delle cose. E i giardini sono l’emblema stesso della bellezza. Forse, chissà, perché al di sotto del livello della nostra coscienza ci raccontano di quel giardino da cui siamo stati cacciati per imprudente impudenza, perché abbiamo mangiato da un albero che non andava toccato. Quest’opera, nuovamente pubblicata con una veste grafica magnifica, è un vero trattato filosofico, niente affatto pedante, in forma di piacevolissimo viaggio, che Harrison compie conducendo il lettore con mano sicura alla scoperta di un vero e proprio mondo. E dunque anche, se non addirittura soprattutto, di sé.

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