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“Nel paese del Re pescatore”

51mzpzHi-GL._SX355_BO1,204,203,200_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Conosciamo la sua storia, e alcuni di noi, anche se non tutti, conoscono il suo nome, e questo è stato uno dei tanti aspetti controversi della vicenda. Era una ventinovenne bianca, nubile, che lavorava come banchiere d’affari nel dipartimento di finanza d’impresa della Salomon Brothers, a Manhattan, nel settore energia e risorse naturali. Uno dei pezzi grossi di un’azienda petrolifera texana, con cui collaborò in quanto membro del team Salomon, disse che aveva fatto un lavoro «di altissimo livello». Viveva sola in un appartamento di una cooperativa su East 83rd Street, tra York e East End, che subaffittava e che stava pensando di comperare. Spesso lavorava fino a tardi, e quando arrivava a casa si infilava gli abiti da jogging e alle otto e mezzo, o alle nove e mezzo, usciva a correre, percorreva una decina di chilometri a Central Park, a nord sulla East Drive, a ovest sulla strada meno trafficata che collegava East e West Drive circa all’altezza della 102ma strada, e a sud sulla West Drive. in seguito, la sensatezza di una scelta simile venne messa in discussione da alcuni, abituati a considerare Central Park come un posto da evitare con il buio, e difesa da altri, in gran parte persone sagaci che invocarono il diritto inalienabile di ogni cittadino di frequentare i luoghi pubblici («Il parco appartiene a noi e questa volta non ce lo toglierà nessuno» dichiarò in un op-ed sul New York Times Ronnie Eldridge, ai tempi candidato democratico per il consiglio comunale), o comunque persone per cui la «corsa» era un diritto scontato. «Chi corre ha una personalità di tipo A, non ama le interruzioni nella propria tabella di marcia» disse al Times un jogger, commissario di borsa. «La corsa fa parte di un determinato stile di vita» disse un altro. «Personalmente sono molto arrabbiato» disse un terzo. «Perché le donne devono poter correre quando vogliono.» Quei diritti non valsero per quella particolare donna in quella particolare circostanza. Venne ritrovata, con i vestiti lacerati, non lontana dal raccordo con la 102ma strada all’una e mezzo del mattino del 20 aprile 1989. Fu portata in fin di vita al Metropolitan Hospital su East 97th Street. Aveva perso il 75 per cento del suo sangue. Aveva il cranio fracassato, l’occhio sinistro schiacciato dentro l’orbita, le tipiche rughe superficiali del cervello stirate. Nella sua vagina furono trovati terra e rami, cosa che faceva pensare a uno stupro. Il 2 maggio, quando si risvegliò dal coma, sei adolescenti neri e ispanici, quattro dei quali avevano videoregistrato una dichiarazione sul ruolo svolto nell’aggressione – dichiarazione che un altro di loro aveva affidato a una lettera non firmata – erano già stati accusati di aggressione e stupro, e lei, senza volerlo né saperlo, era diventata l’agnello sacrificale nella narrazione sentimentale che è la vita pubblica di New York. Incubo a Central Park, titolavano giornali e manifesti. Branco di adolescenti picchia e violenta manager di Wall Street mentre fa jogging. Orrore a Central Park. Preda del branco. Donna in fin di vita in seguito a violenta aggressione da parte di una gang mentre faceva jogging al parco. Furia devastatrice dello stupro. I predatori dei parchi lo chiamano «wilding», espressione colloquiale per «perdere la testa». Indiziato per lo stupro: «Ci siamo divertiti». Sospettato di stupro si fa bello dal carcere: «Non era niente male». I ragazzi sono tornati in cella, la confessione non ha risparmiato dettagli sanguinari. Uno ha urlato «Datemi il ritmo» e gli altri hanno cominciato a cantare «Wild Thing». La jogger e il branco. Un’atrocità e una preghiera. Poi, il lunedì dopo l’aggressione, sulla prima pagina del New York Post c’era una fotografia del governatore Mario Cuomo, con sopra il titolo «Nessuno è al sicuro» e un testo in corsivo che diceva: «Un Mario Cuomo visibilmente scosso ha parlato ieri in pubblico dell’orribile stupro avvenuto a Central Park: “La gente è arrabbiata, spaventata: lo sono mia madre, la mia famiglia. Per me, che vivo in questa città da anni, questo è l’ultimo grido d’allarme”». In seguito si sarebbe ricordato che quello stesso anno erano stati denunciati altri 3254 stupri, tra i quali uno, avvenuto la settimana successiva, in cui una donna nera era stata quasi decapitata al Fort Tryon Park, e un altro, due settimane dopo, in cui una donna nera, a Brooklyn, era stata derubata, violentata, sodomizzata e lanciata giù per il condotto dell’aria di un edificio di quattro piani; ma era pura retorica, perché i delitti fanno sempre notizia – poco importa se in modo erroneo – quando contengono una storia, una lezione, un finale a effetto.

Nel paese del Re pescatore, Joan Didion, Il saggiatore, traduzione a cura di Sara Sullam. The circle non è granché come film. Ma la sceneggiatura ha un guizzo proprio in uno dei primi minuti: alla graziosa, brillante e volenterosa protagonista, interpretata da Emma Watson, durante un classico colloquio di lavoro nel quale l’incaricato dell’azienda – il tipico galoppino che ha sacrificato i grandi ideali, a cui con ogni evidenza non credeva affatto, e con i quali si è riempito la bocca per tutta l’età dello sviluppo per non sentirsi escluso dal gruppo, sull’altare dell’arrivismo più becero, di un lavoro come recruiter (raffinata perifrasi contemporanea per yes-man), un completo in puro poliestere cinese, uno stipendio nemmeno così eccezionale e un cellulare aziendale che non spegne mai – vuole cercare con domande idiote di inquadrare la personalità di chi ha di fronte, ossia banalmente di norma una brava persona che semplicemente desidera un impiego perché, tapina, adorerebbe mettere insieme il pranzo con la cena, viene chiesto quale Joan preferisca tra la Baez e la Crawford. E lei, con una prontezza di spirito non indifferente, risponde secca: Didion. Perché Joan Didion, giornalista, scrittrice, saggista, vincitrice del National Book Award, è, in breve, un mito. E magari davvero i ragazzi di ogni latitudine la considerassero tutti un modello e un punto di riferimento: perché non è semplicemente – ammesso che l’avverbio sia lecito – un’intellettuale. È la regina del New Journalism, corrente sviluppatasi non a caso in un tempo di mutamenti civili, sociali, culturali, economici, politici come gli anni Sessanta-Settanta del secolo scorso, che racconta i fatti rendendoli ancor più piacevoli a leggersi per il tramite di tecniche letterarie che lo hanno fatto definire anche saggistica creativa (ma mai e poi mai si perde in attendibilità o precisione: si crea però un modo nuovo di comunicare, meno convenzionale) da cui in realtà poi si è distaccata per dare voce autonoma alla sua sensibilità finissima, alla sua capacità critica chirurgica, alla sua accuratissima attenzione al vero, alla sua coscienza politica, alla sua coerenza ideologica, con cui magari si può anche non concordare, ma che certo non si può non trovare coraggiosa e splendidamente argomentata. E infatti questo è un reportage spietato, onesto, corrosivo come soda caustica, lirico come un verso d’Alceo, pieno di luce come un quadro di Hopper, un ritratto magnifico dell’America, da costa a costa: un’ereditiera californiana viene rapita, diventa l’amante di un terrorista e ne abbraccia la causa, poi sposa la sua guardia del corpo e va a vivere con figli e cani in un’augusta magione a metà tra una villa moresca e Fort Knox, una banchiera d’affari di Manhattan subisce un’aggressione orrenda, migliaia di lavoratori sono sempre più in difficoltà e il presidente Reagan, il Re pescatore, si bea di sé medesimo e non combina altro che guai… Imprescindibile. Una lezione di giornalismo e letteratura.

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