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“La maledizione del re”

51a64TxLpyL._SX322_BO1,204,203,200_.jpgdi Gabriele Ottaviani

La sfida, invece, fa fiorire suo fratello. È dove ama essere, al centro delle cose, dove persegue qualcosa in cui crede, discute i minimi dettagli e reclama a gran voce il più grande dei principi. A quanto pare serve il re in parlamento: riferisce notizie al servitore più scaltro del re, Tommaso Cromwell, chiacchiera con uomini arrivati dalla campagna, confusi e nervosi, senza alcuna idea di ciò che sta succedendo a corte, incontra i nostri amici e parenti del consiglio privato del re e, appena ne ha l’occasione, parla a favore della regina. Geoffrey ama discutere; avrei dovuto fargli intraprendere la carriera di avvocato e allora forse si sarebbe innalzato tanto quanto Tommaso Cromwell il cui piano è di mettere il parlamento contro i preti tanto da dividerli fino a portarli alla rovina. «Ho promesso alla principessa di recapitare questo messaggio nelle mani di sua madre», dico, mostrando loro il foglio ripiegato. «Come possiamo farlo?» «La darò a Chapuys, l’ambasciatore spagnolo», risponde Montague prendendolo e infilandolo nella tasca del farsetto. «Lui le scrive segretamente e invia le sue lettere indirizzate all’imperatore e al papa.» «Nessuno deve sapere che viene da noi», lo metto in guardia. «Lo so. Nessuno lo verrà a sapere.» «Avranno visto che ci siamo incontrati», dico, facendo loro cenno di sedersi. «Cosa dobbiamo dire se qualcuno ci domandasse il motivo del nostro incontro?» Geoffrey ha una bugia pronta. «Siamo preoccupati per Jane, la vedova di Arthur. Mi ha scritto chiedendo di poter sciogliere i voti. Vuole venire a vivere nella prioria di Bisham.» «Come mai non ha scritto a me?» Geoffrey ridacchia. «È a voi che dà la colpa di essere stata rinchiusa nel convento», risponde. «Si è messa in testa che volete salvaguardare il patrimonio di vostro nipote Henry tenendola rinchiusa e lontana per sempre, che volete custodire le sue terre che avrebbe in usufrutto come vedova e impedirle di ottenere la sua eredità. Vuole uscire e riavere il suo patrimonio.» «Ebbene, non può», osservo con decisione. «Ha preso il voto di povertà per la vita di sua spontanea volontà; non le renderò la controdote, non la voglio in casa mia e le terre e il patrimonio di Henry sono al sicuro nelle mie mani fino alla sua maggiore età.»

La maledizione del re, Philippa Gregory, Sperling & Kupfer, traduzione di Marina Deppisch. Enrico VII è salito al trono. La guerra delle Due Rose è finita. Ma questo non significa che ci sia la pace. Che non ci sia chi ambisca a un posto che gli è stato sottratto ingiustamente. Che non ci sia chi vede in qualcun altro una minaccia, un rischio, finanche l’incarnazione di un’onta che non può essere lavata che con il sangue. Margaret è l’ultima degli York. Attraverso numerose vicissitudini si trova ad affiancare a corte la prima moglie di Enrico VIII: l’idillio, è noto, è di breve durata, e lei si trova dinnanzi a una scelta cruciale, sapendo che la maledizione forse potrebbe finalmente finire. Però… Personaggi molto ben connotati e caratterizzazione storica impeccabile fanno di questo romanzo dalla prosa ampia, dal tessuto solido e dal ritmo mai lasso un’opera piacevolissima.

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