Libri

“Variazioni su un tema originale”

88235177539788823517752-4-300x465.jpgdi Gabriele Ottaviani

Un giorno, per strada con i miei tre pasticcini, mi bloccai di colpo. Mia madre stava uscendo dalla bottega. Indossava un ampio cappello di paglia e gli occhiali da sole. La riconobbi subito e mi fiondai dentro la bottega del barbiere, poi rimasi dietro la tenda di perline a guardare finché non la vidi passare in vicolo Sant’Eusebio. Non si era accorta di me. Rimasi turbato, però, e mi ripromisi di non andare più da Nanni senza prima accertarmi che non dovesse andarci anche lei. Di sicuro avevano parlato di me. Non mi chiesi mai perché d’impulso mi fossi nascosto. Forse non volevo farle credere che bighellonassi dopo le ripetizioni. No, sapevo che non era questo il motivo.

Ogni volta che arrivavo, Nanni stava lavorando. Di tanto in tanto nella bottega faceva così caldo che si levava la camicia. Mio padre aveva ragione. Aveva proprio un fisico da atleta.

[…]

A un certo punto mi si posò sulla faccia una mosca, che prese a camminarmi sulla guancia. Mi dava prurito e volevo grattarmi, ma cercando di scacciarla finii per sporcarmi con lo straccio imbevuto d’olio di lino. Niente paura, disse Nanni. Ripiegò un altro straccio, aggiunse una gocciolina piccolissima di solvente, me lo avvicinò al viso e, tenendovi sotto il dito, picchiettò piano, cauto, incerto, timido, e allora compresi che stava cercando di evitarmi il minimo dolore. Adoravo come mi toccava la faccia, come se ne prendeva cura; c’era molta più amicizia e delicatezza nel piccolo gesto di quell’uomo che in qualsiasi altro dei miei parenti di sangue. Magari mi avesse toccato con tutto il palmo, alleviando il bruciore. «Non ti muovere» disse, picchiettando di nuovo. «Ho detto di non muoverti.» Obbedii. Adesso sentivo il suo respiro, mi avrebbe baciato. Si portò un dito alle labbra, si leccò il polpastrello e me lo posò sulla guancia. In quel momento avrei fatto qualunque cosa mi avesse chiesto. «Un’altra passata, abbi pazienza, non brucerà» mi disse, e io mi fidai di lui, mi piaceva fidarmi di lui, e non badai all’avvertimento di mia madre nemmeno per un secondo, perché in quel preciso istante mi balenò in testa che, invece di strofinarmi la guancia con quello straccio, avrebbe dovuto accarezzarmi con la stessa delicatezza il cazzo e, se avessi sentito un bruciore, perché sapevo che lo avrei sentito, pazienza, bastava che me lo tenesse sul palmo come aveva fatto con le mie mani due giorni prima. Sentii il bruciore espandersi sulla guancia e acuirsi; faceva male, ma non importava, perché lui aveva detto che non avrebbe fatto male e volevo fargli capire che mi fidavo di lui, che mi fidavo in tutto e per tutto, che non era un fastidio avere sulla faccia la sua saliva, quando me l’applicò di nuovo, non mi importava, perché era colpa mia se bruciava, non sua, non era colpa sua. Quando mi diede un buffetto sulla guancia con il palmo della mano, senza pensarci mi ci appoggiai con tutta la faccia. Ma lo feci con discrezione. Non se ne accorse. «Adesso bruciava meno, vero?» chiese, dandomi un altro colpetto sulla guancia e sorridendo. Un vecchio specchio dalla cornice tarlata e ricoperto di macchie di amalgama mostrò una chiazza rossastra sulla mia guancia.

Variazioni su un tema originale, André Aciman, Guanda, traduzione di Valeria Bastia. È tornato per lui. Lo dice chiaramente Paul, la cui personalità amaramente caleidoscopica avviluppa fin dallo sfavillante incipit, in cui tutto già esiste ma è ancora sopito, il lettore, travolto senza scampo dalla potenza ciclopica dell’esplorazione intima e insieme manifesta che Aciman, strato dopo strato, compie, attraverso cinque variazioni, nelle viscere della passione erotica, forsennata e fluida, e non solo. Lo ammette subito. Impossibile equivocare. È così che si presenta. In quel luogo in cui per la prima volta il fuoco ha camminato con lui. Dentro di lui. Il fuoco della passione. Dell’amore. Del desiderio. Che fa girare la testa, ronzare le orecchie, che percorre il corpo di brividi, come lingue ustionanti che fanno il solletico lungo la schiena, portando naturalmente a inarcarla, perché il piacere si prolunghi, mentre il fiato si mozza e si fa affannoso, e nelle vene il sangue romba e ribolle, le mani, i corpi, le bocche si intrecciano, i capelli si arruffano, e basta un gesto finanche involontario, una reazione incontrollabile, uno sguardo rubato, perché tutto si sveli, e sia impossibile nasconderlo agli invidiosi occhi indiscreti degli altri che non provano quell’emozione che vorresti mescolare come calce in mezzo alla polvere, perché non sia distinguibile, perché nessuno possa farle contro il malocchio, come gli innumerabili baci di Catullo, agitati e poi lanciati come dadi. Un incendio, appunto. Come quello che ha distrutto da tempo la casa di famiglia a San Giustiniano, il villaggio di pescatori dove nessuno di loro, i ricchi possidenti dell’augusta magione, che si stagliava tra cielo, verde e mare tra le case di gente dalle mani abituate a costruire più che a sfogliare, dopo quello sventurato episodio, forse non un incidente, a detta di certe mezze parole subito derubricate come mere illazioni dal padre di Paul, cui erano seguiti la razzia e la decadenza, e in seguito al trasferimento al nord, ha più avuto voglia di mettere piede. Di tornare. Di vedere. Di capire cosa effettivamente sia successo per davvero. Nemmeno di vendere, la proprietà, e con essa tutto il resto. Tutte quelle ragnatele di ricordi, rimpianti e sentimenti che inevitabilmente si annidano negli angoli di un luogo che non è solo un grumo di tende, mobili, profumi di fiori e mattoni. Un luogo nel quale è accaduto qualcosa di non trascurabile, dal quale è passata, con la sua irresistibile e indomabile energia, la vita. E invece lui il piede lo rimette eccome, anche se, crede, solo per pochissime ore, in quella terra d’acqua e sole che appena scorge dal ponte del traghetto gli fa scrivere sul suo taccuino la verità che già sa ma che vuole che resti, che sia qualcosa di tangibile, reale, vivo, stampato, scolpito. Sono tornato per lui. Di cui non è rimasta traccia. Pare. Per Giovanni. Nanni. Come lo chiamano tutti. Come naturalmente d’altronde lo chiamava anche lui. Lo chiamava col suo nome. E lui, Nanni, di rimando lo chiamava Paolo: un nome, un liquido rotolante suono, una promessa. Il primo amore, il sentimento che non ha definizione perché nessuna basta a dargli un confine: basti in fondo sapere che è tutto, e che se è d’animo puro – il che non significa privo d’erotismo, anzi – non conosce errore, e percorre giravolte inattese, come un fiume carsico fatto di lava. L’amico. Il fratello. Il mentore. Il padre, nonostante Paul, s’è detto, ce lo avesse, eccome, e fosse pure un brav’uomo, serio, che non sprecava parole, lo portava da solo a passeggiare di notte per stare finalmente al riparo dalle reprimende della moglie nei riguardi del figlio, per qualche brutto voto in greco e in latino, e dalle contumelie della bisbetica e della superbisbetica, ovvero la suocera e la cognata. Lui, ora che inizia il suo mese di solitaria vacanza estiva lungo la costa tornando nel suo posto delle fragole, il luogo di tutta la sua infanzia, è di nuovo giovinetto. Il dodicenne di dieci anni prima, che ancora non aveva una folta barba rossiccia. Il dodicenne che era una persona sola, a detta della madre, col padre di cui sopra, uomo molto colto ma dall’italiano zoppicante, con cui giocava insieme a Gog e Magog, i dobermann di casa, e andava a fabbricare ricordi al castello, parlando delle Variazioni Diabelli di Beethoven. Il dodicenne che si orienta alla perfezione per quei vicoli che riconosce ma in cui nessuno lo riconosce, tra quei ciottoli dove desidera ritrovare l’unica persona che pare sparita del tutto, tra quelle mura dove ancora lo insegue e lo guida, con un misto, una inquietante declinazione, così la definisce, di paura, vergogna ed eccitazione, l’odore di resina della bottega dell’ebanista. Tutto pare immoto, immutato: forse è prima di tutto lui a non esserlo, e non sa se esserne felice o deluso, si chiede. Ma in realtà è cambiato, eccome. o meglio, cambierà. Ogni volta un po’ di più. Un po’ peggio. Camminiamo con lui nella sua vita, e non possiamo non accorgerci di ciò che manca. In dosi sempre maggiori. Non c’è consolazione. Non c’è pace. Non riesce, Paul, a vedersi serenamente come un uomo attratto dagli altri uomini. Sta con una donna, infatti. Che non gli è fedele. Non c’è più traccia di dolcezza in lui. C’è rabbia. Risentimento. E ossessione, ogni volta maggiore, in ogni frangente in cui gli si ripresenta l’occasione di una nuova passione, anche per un altro uomo, di cui scarnifica parossisticamente pure i cenni e le azioni, ogni volta con più astio, con più violento dolore, sempre di più. E poi, ancora… Sembra davvero impossibile che si possa andare più a fondo di così nell’animo umano e che si sia in grado di riuscire a raccontarlo con tanta credibilità: André Aciman dà alle stampe un capolavoro sinfonico, un’armonia di movimenti – parola che inevitabilmente rimanda a un altro genio, Tondelli – e di temi, oltre che di raffinatissimi riferimenti (artistici, letterari, musicali, cinematografici), che affiorano ora qui ora lì, ma non con la prosopopea di chi vuole fare sfoggio del suo sapere, bensì con l’allegrezza di chi è entusiasta di riconoscersi anche in altri occhi, tanto carnale quanto lirica, che lascia sbalorditi e frementi per la stizza data dalla consapevolezza che, con ogni probabilità, anche usando alla perfezione tutte le più adatte parole del mondo, ammesso e non concesso d’esserne anche solo lontanamente capaci, sfuggirebbe qualcosa. Un bagliore. Un lampo. Un sussurro. Un sospiro. Un gemito. Un odore. Aciman riesce a far rimbombare le pagine, che raccontano la vita ma di per sé non hanno voce, essendo fogli, del fragore delle onde che si infrangono sugli scogli, dell’autocoscienza che incontra la barriera delle imposizioni. Che prima che dagli altri vengono, quasi sempre, da noi. È più che perfetto (fin nelle virgole e nella sensazionale copertina), è un’opera per cui essere grati, è la Recherche del nostro tempo. Come Proust, meglio di Proust.

Annunci
Standard

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...