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“Pianisterie”

51IDC06Z8IL._SX353_BO1,204,203,200_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Molti poi lo conoscono ma non sanno di conoscerlo, – Levant, – per averlo rivisto in molti film: i registi dei quali, da Irving Rapper a Negulesco, da Curtiz a Minnelli (tre movies) ad Hawks (l’episodio sul ragazzino pestifero rapito, nel film a cinque mani La giostra umana, dai racconti di O. Henry), lo avrebbero certo scaricato se le polveri non si fossero accese come da contratto. In un Americano a Parigi di Minnelli, decaoscarizzato nel 1951, fa una parte degna del (molto di là da venire) “Linus” o del (più o meno suo coetaneo) Danny Kaye: quella del musicista che da solo suona per tutta un’orchestra. Strumento dietro strumento. Suona, nel film, anche il terzo tempo del concerto di Gershwin, cui tanto della sua fama si legava. Il suo cavallo di battaglia fu almeno popolarmente la Rapsodia in Blu, da lui incisa una prima volta fin dal 1928, con l’orchestra ‘leggiera’ di Frank Black. L’incisione del 1945 con Philadelphia (direttore Ormandy) restò fra i dischi più venduti per una decina d’anni. Un’altra volta si unì a Kostelanetz, un’altra, se non erro, a Morton Gould. Né sarà da trascurare che a presentare Levant a Gershwin era stato a suo tempo (ce lo saremmo aspettati?) Arnold Schoenberg, dal quale il giovane Oscar aveva ottenuto lezioni, riuscite musicalmente molto proficue a giudizio dello stesso compositore, non ancóra trasformatosi nel futuro apocalittico Leverkühn di Thomas Mann (Doktor Faustus, 1943-47) al punto da non sapersi riconoscere nello specchio offertogli e romperla col troppo verace ritrattista. Sarà per questo che io séguito a trovare lo scrittore della Montagna magica più duraturo e attuale dell’autore di Moses und Aron. Vero è che Levant veniva accolto ‘alla pari’ in una cerchia di esuli dalla Germania (fra cui Eisler) e le colonne sonore che firmò riuscirono, forse nessuna è vero fra mirabiglia e memorabiglia (è sempre faccenda di briglie), del tutto onorevoli e franche. Degne, del resto, delle sue musiche in proprio, come il concerto per piano da lui registrato alla radio con l’orchestra (toscaniniana) della NBC diretta da Alfred Wallenstein.

Pianisterie – Memorie sentimentali d’un patto poetico in via d’estinzione (con un invio finale di Bernardo Pieri sull’interpretazione), Marzio Pieri, Fermenti. Marzio Pieri è un critico letterario di chiara fama e una personalità eclettica e versatile, fuori dal comune, che sorprende continuamente anche per il suo modo serissimo e insieme divertito di raccontare e di raccontarsi, di parlare – o meglio di alludere, tra una riga e l’altra dei suoi eruditissimi scritti – delle esperienze che ne hanno contrassegnato la vita, la produzione letteraria, l’attività accademica. Grandissimo esperto di barocco (la sua tesi di laurea è sulla poesia di Giambattista Marino, delle cui opere ha curato molteplici edizioni), ha sempre manifestato un enorme interesse, supportato da una competenza che appare evidentemente maiuscola, per il mondo della musica: in questo testo ricchissimo di dettagli e di suggestioni, di riferimenti, in cui di continuo si edificano complesse e articolate connessioni fra i vari ambiti dell’arte, Pieri compie un’esegesi diacronica affascinante che fa dei tasti del pianoforte la sintassi di un linguaggio che valica le barriere linguistiche e si rivolge a tutti, appassionati, cultori e non solo.

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