Libri

“Figlie di Brooklyn”

WOODSONCopertinaSingoladi Gabriele Ottaviani

Ma mia madre non si faceva vedere. Adesso la immaginavo pazza, con i capelli arruffati e gli occhi sgranati, un’altra donna rispetto a quella che conoscevamo prima dell’arrivo del fratello fantasma, rispetto a quella che stirava le camicie e tirava le labbra per mettere il rossetto rosso.

Figlie di Brooklyn, Jacqueline Woodson, Clichy. Traduzione di Tiziana Lo Porto. Il Tennessee e Brooklyn hanno davvero poco in comune, benché siano entrambi luoghi che appartengono agli Stati Uniti d’America: non si somigliano quasi in nulla né dal punto di vista sociale, politico, economico, culturale né finanche da quello artistico o paesaggistico. Sono due realtà diverse, molto. Trasferirsi dunque da un posto all’altro, soprattutto se ci troviamo nel millenovecentosettantatré, se già se ne sono dovute affrontare tante e se si è ancora avviluppati in quel limbo di promesse inespresse e ardue a realizzarsi che è l’infanzia, non è propriamente una passeggiata di salute, almeno all’inizio, è un’esplosione di fragore, potenzialmente eccitante ma che mette anche la stessa paura di un salto nel buio, di uno sparo nella notte. Stai disperatamente arrampicandoti sugli specchi per cercare un po’ di autostima e costruirti spalle forti per sopportare gli urti della vita e ti ritrovi di punto in bianco ad alimentare il tuo senso di inadeguatezza diventando improvvisamente l’altra, quella diversa, quella che viene da fuori, la forestiera. Come inizio non c’è male, insomma… August ha otto anni. Ha un padre e un fratello. Arriva nella Grande Mela e comincia una nuova vita. E conosce l’amicizia. Vibrante e commovente, il romanzo, che ricorda la prosa di Toni Morrison, ha la freschezza, la purezza e l’aspetto cristallino dell’acqua di fonte, e travolge e trascina come una musica sulle cui note non si può non danzare. Da non perdere: delicatissimo e struggente.

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