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“Bellissime”

41AiwoAe6TL._SX323_BO1,204,203,200_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Tutti ricordiamo Teri Shields, la più famosa mamma manager della storia, che come Brooke Shields ha raccontato “aveva creato con me un rapporto di simbiosi totale. Io sono stata l’unica relazione della sua vita, e lei ha influenzato tutto quello che ho fatto. Quella davanti all’obiettivo ero io, ma la carriera che ho avuto è stata in realtà nostra, mia e di mia mamma”. Una carriera cominciata a undici mesi quando Brooke posa per la prima volta davanti a un obiettivo: è una pubblicità di prodotti per l’igiene personale. Sarà la prima di una lunga serie. Indimenticabili gli scatti di Richard Avedon, che la ritrasse per Colgate con una sottile camicetta in cotone fucsia, il viso inclinato, i capelli raccolti e lo slogan Only a dentist can give her a better fluoride treatment. Perché la pubblicità può anche essere arte. E perché una mamma manager è una fortuna, o una disgrazia. E la madre Teri era onnipresente, capace di stabilire contratti, far ribaltare set, manipolare fotografi, far disperare stilisti e distruggere makeup artist. Una donna forte e controversa, che decretò il successo della figlia: a undici anni Brooke Shields era diventata la più giovane e quotata modella dell’agenzia newyorkese Ford, a 14 era la teenager più famosa del mondo. Il merito era solo di Teri, scaltra e innamorata della figlia più di qualsiasi altra cosa. Per lei aveva selezionato – pur invitandola ad arrivare vergine al matrimonio – film scandalosi e provocanti, in grado di regalarle un’immensa, e pressoché istantanea, popolarità. A 12 anni Brooke Shields era stata la baby prostituta Violet in Pretty Baby, dove non mancavano le scene di nudo. E poi aveva interpratato Emmeline nel sensuale Laguna Blu e Jade in Amore Senza Fine di Franco Zeffirelli. L’apice però fu raggiunto con l’ennesima campagna pubblicitaria: adolescente, Brooke Shields divenne testimonial dei jeans Calvin Klein con il tormentone: “Vuoi sapere cosa c’è tra me e i miei Calvin? Niente!”. Di madri così ne esistono una manciata. E le figlie che riescono a mantenere le promesse di carriera, eseguendo alla perfezione i suggerimenti e dando forma alle ambizioni della propria mamma, sono ancora meno.

Bellissime – Baby miss, giovani modelli e aspiranti lolite, Flavia Piccinni, Fandango. E poi c’è qualcuno che ha ancora il coraggio di parlare male di Medea come madre, verrebbe da dire leggendo di certi ritratti… L’ambizione di per sé non è nulla di malvagio, chi mai non vorrebbe – non vuole – sempre raggiungere il meglio, perfezionarsi, cogliere dall’albero del ramo della felicità il frutto più succoso? A chi è che non piace il bello, o quantomeno quello che reputa bello, secondo il proprio gusto individuale, personale e incontestabile (perché il problema sta lì, nel modello imposto da altri, in quello che viene fatto passare in realtà come il solo accettabile e ammissibile…)? Il guaio è quando la legittima aspirazione si scontra col resto del mondo, che ha pari diritti al sogno rispetto a noi. È lì che la discriminante diventa la morale. Per chi ce l’ha. Visconti aveva già capito tutto, e naturalmente mica solo lui, non è certo stato il primo, ma è forse il riferimento più efficace, la pietra di paragone, l’immagine più nitida nella memoria condivisa collettiva, ciò che ci forma come comunità e che ci fa riconoscere in quanto appartenenti a un medesimo gruppo umano: Flavia Piccinni gira l’Italia in lungo e in largo, tra speranze e frustrazioni, squarcia un velo di ignoranza su un mondo fatto di volti truccatissimi a quattro anni, se non tre, tra sfilate, cambi d’abito, riflettori, acconciature, lustrini e plissettature, racconta come stanno crescendo – e chi li sta guidando verso la maturità – gli adulti di domani, la classe dirigente del futuro. Parla di noi, di quello che siamo, possiamo essere, dobbiamo essere, senza prosopopea e con finissimo senso critico.

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