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“Il papavero da oppio nella cultura e nella religione romana”

ebc81c2e53c882ffe26a088d40325c7c_w131_h_mw_mh_cs_cx_cy.jpgdi Gabriele Ottaviani

Le statue, perlopiù riservate alla visione pubblica, dovevano con buona probabilità veicolare precisi messaggi alla popolazione: ad esempio, l’associazione di Livia con Cerere era finalizzata a presentare l’imperatrice come il miglior esempio di condotta irreprensibile, espressione massima delle più importanti virtù femminili (pudicizia, continenza, onestà, morigeratezza etc.) che dovevano essere parte integrante dei mores delle matrone romane.

Il papavero da oppio nella cultura e nella religione romana, Lorenzo Fabbri, Olschki. Di piante, si sa, il mondo è pieno, grazie al cielo, anche perché la biodiversità, e soprattutto la sua conservazione, è in assoluto una delle più importanti priorità e delle peculiarità fondamentali, per il bene di tutti, della nostra amata e vituperata terra, da cui discendiamo ma che, com’è noto, o almeno dovrebbe esserlo, soprattutto in questi tempi protervi in cui chi dovrebbe essere a capo del mondo nega finanche il riscaldamento globale, non è eredità dei nostri padri ma prestito che abbiamo preso dai nostri figli, a cui sarà difficile rendere conto degli errori commessi. Esistono molte piante che hanno una lunghissima storia, e del resto alcune sono addirittura dei veri e propri simboli: che attraverso diverse di loro si riesca persino, come se fossero elementi sintattici di una frase, a costruire un linguaggio, infatti, è cosa nota. Nell’antica Roma il papavero da oppio, legato pertanto a una dimensione onirica, sognante, trascendente, era molto conosciuto, usato in cucina, come pianta ornamentale, come rimedio per molti malanni. Il volume di Lorenzo Fabbri, come da tradizione realizzato con cura sopraffina, ne ripercorre la vicenda dando vita a un bouquet di suggestioni che, istruendo, dilettano. Da non perdere.

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