Intervista, Libri

Dimaggio: migranti, oggi

51EBdiWJ+VL._SY346_di Gabriele Ottaviani

La riva invisibile del mare è un libro bello e importante: Convenzionali ha il piacere di intervistarne l’autore, Salvatore Dimaggio.

Cosa rappresenta l’Africa per lei?

Per noi europei l’Africa è sempre stata il vicino di casa debole. Credo che un buon modo per giudicare qualcuno sia vedere come si comporta con chi è più debole e decisamente, non ne usciamo bene. Il vecchio colonialismo, l’indifferenza radicata verso i problemi attuali, che spesso abbiamo contribuito noi stessi a creare ed ora questi eterni balbettii sui flussi migratori, lo scaricabarile su chi debba “accollarsi il peso” dei migranti, la tragica mancanza di una reale visione… tutte esperienze fallimentari sotto ogni punto di vista. Io vedo l’Africa come un continente con delle grandi potenzialità di sviluppo. Molti studi sostengono questo e noi dovremmo creare partnership con i paesi che offrono delle opportunità. Lo fanno Cina ed India… Sia il razzismo che il pietismo producono danni, quelli del primo sono evidenti, quelli del secondo sono meno appariscenti, ma finiscono per generare una forte deterrenza in chi magari vorrebbe investire.

Chi sono i migranti oggi? E in passato?

Io partirei da un dato quantitativo: i flussi migratori sono sempre maggiori e sempre meno eccezionali. Le storie, spesso tragiche, ancor più spesso sorprendenti che racconto nel libro, fanno apparire uno sfondo molto grande e molto complesso. I motori delle migrazioni di oggi non sono fenomeni straordinari, che iniziano e finiscono, ma sono sostanzialmente delle gracilità del diritto internazionale e soprattutto di chi ne dovrebbe garantire la cogenza, che sono parte integrante del nostro mondo. In questi vuoti crescono e si sviluppano sistemi criminali che prima spogliano intere masse di persone dei propri averi, poi le illudono di poterle portare nei paesi rampanti del Medio Oriente ricco di petrolio o in Europa, derubandole di quel poco che è rimasto e poi, magari le vendono al ricco mercato della schiavitù. Oggi è tutto più istituzionalizzato e più efficiente, purtroppo.  In passato il valore di uno schiavo  (attualizzato all’inflazione) era di circa 40.000 $, oggi è di circa 90 $… un vero trionfo dell’abbattimento dei costi.

Qual è la ricetta per l’integrazione?

Le migrazioni sono un fenomeno plurale. Pluralità nei luoghi di partenza, nelle cause, nei luoghi d’arrivo… le combinazioni sono infinite e dunque credo che il denominatore comune debba essere l’accettazione dei questo fenomeno come parte nel nostro mondo e la consapevolezza che l’integrazione ha bisogno, ma è anche opportunità per, una crescita di chi arriva e di chi c’è già. In alcuni paesi non c’è bisogno di alcuna ricetta speciale: in Canada gruppi spontanei di cittadini sponsorizzano le migrazioni verso il loro paese, mentre in Giappone si sentono ancora gli echi di un antico retaggio secondo il quale se ti hanno scacciato dal tuo villaggio, devi aver combinato qualcosa e perciò non ti vogliamo nel nostro. Casi estremi di un mondo alle prese con una nuova epoca “nomade”.

Cosa ci aspetta nel futuro?

Le previsioni sono fatte per essere smentite, ma mai come oggi è difficile tratteggiare uno scenario futuro. A me sembra che l’unica vera ideologia capace dare forma ad ogni aspetto del nostro presente sia quella che venera l’efficienza, l’ottimizzazione dei costi. In questa logica non stupisce che la schiavitù sia così presente nel nostro mondo che pure a parole la condanna e la stigmatizza in ogni modo. Allo stesso tempo, assai probabilmente il lavoro diventerà sempre più inutile grazie agli sviluppi incontrollati dell’informatica ed all’integrazione sempre più serrata di oggetti intelligenti. Quel processo, che ancora sembra lontano e pensiamo che non ci toccherà, temo che sarà ancora più drammatico ed ingestibile della crescita dei flussi migratori. Francamente non credo che ci attendano giorni sereni finché continueremo a ritenere che pagare uno smartphone il minor prezzo possibile sia un valore più importante della vita e della dignità di chi lo produce. Un pensiero del genere non è disumano, ma semplicemente stupido, perché il prossimo costo da “ottimizzare” potrebbe essere il tuo stipendio. L’espressione servo della gleba è davvero tremenda ed è molto triste constatare che di fatto sia ancora attuale, ma c’è una condizione ancora peggiore: quella nella quale la gleba non ha più bisogno di servi.

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