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“A mezz’ora e trenta giorni dalla fine”

51xFvzjNXiL._SX319_BO1,204,203,200_ (1).jpgdi Gabriele Ottaviani

Con fare svogliato, quasi assente, entrò in camera e si scaraventò sul letto. Di certo almeno quel giorno infame rotolava via dai suoi pensieri. Fece buio nel cuore. Dormì.

A mezz’ora e trenta giorni dalla fine, Claudio Giovanardi, La lepre. È vedovo. La principale compagnia sono i dolci ricordi della moglie morta, ma probabilmente il matrimonio non è stato esattamente quello che lui ha sempre creduto che fosse. Ora c’è qualcuno che lo assiste, e chissà che non sia qualcosa di più di una semplice presenza caritatevole. Non si può dire propriamente solo, ma di certezze ne ha e ne dà ben poche: è in pensione, d’accordo, e la punteggiatura delle sue giornate è fatta della ragnatela delle sue rassicuranti e sedimentate abitudini, ma il problema è che le sue giornate sono sempre più corte. Ogni giorno dorme un minuto di più, s’è accorto. Dunque ogni giorno ha coscienza per un minuto in meno. Vive erodendo sessanta secondi per volta, insomma. Ormai siamo nelle fasi finali di un conto alla rovescia il cui finale parrebbe più che scontato. Ma… Geniale come una pagina di Queneau, è da non perdere.

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