Intervista, Teatro

“L’effetto che fa”: intervista a Giovanni Franci

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Nella bara gli abbiamo dovuto mettere il cappello perché gli hanno sfondato il cranio, gli hanno spezzato le mani perché non potesse difendersi, reciso la gola perché non gridasse: queste per sommi capi le parole del papà di Luca Varani, il ragazzo per la cui efferata morte avvenuta in un appartamento romano al Collatino sono stati messi sotto accusa Manuel Foffo, che ha già ricevuto una prima condanna, e Marco Prato, noto pr che, a un giorno dalla prima udienza del suo processo (non aveva scelto, come l’altro imputato, il rito abbreviato), si è tolto la vita in carcere, lasciando un biglietto in cui proclamava la sua innocenza e ribadiva di non sopportare l’attenzione mediatica su di sé. Giovanni Franci è in procinto di mettere in scena L’effetto che fa, spettacolo teatrale ispirato alla vicenda.

 

La morte di Luca Varani ha sconvolto l’opinione pubblica, in particolare per le atroci dinamiche con cui si è verificata. Stando a quanto riportato dai mezzi di comunicazione di massa, una storia oltremodo torbida, un festino a base di sesso e droga, l’adescamento con la promessa di denaro, il massacro. Che idea si è fatto della vicenda?

Ci sono stati delitti con dinamiche ben più atroci. Quello che sconvolge in questa terribile storia è la motivazione del delitto, ovvero l’assenza di motivazione. Nemmeno in letteratura è possibile rintracciare qualcosa del genere, se non nell’episodio di Lafcadio ne I Sotterranei del Vaticano di Gide, ma lì i presupposti sono molto diversi. Qui vige la più totale e desolante assenza di moralità, un abbrutimento spaventoso. Questa storia ha abbassato di un ulteriore gradino la reputazione stessa del genere umano. Mette in crisi lo stesso concetto di perdono. Quello che è successo è imperdonabile.

Come può verificarsi una simile storia secondo lei? Cosa c’è alla base: mancata accettazione della propria omosessualità, paura, depravazione, desiderio di soldi facili o di annullamento, difficoltà nel fare coming out e vivere alla luce del sole, mancata percezione del pericolo, crudeltà?

Per rispondere a questa domanda, mentre scrivevo il testo, è venuto in mio soccorso un enunciato di Kierkegaard: La disperazione è una malattia nello spirito, nell’io, e così può essere triplice: disperatamente non essere consapevole di avere un io (Manuel), disperatamente non voler essere se stesso (Marco), disperatamente voler essere se stesso (Luca).

La vicenda ha dato adito a una ridda di illazioni, luoghi comuni e generalizzazioni, in merito alla cosiddetta vita notturna, in particolare della Capitale, ai giovani in generale, all’omosessualità: come si combattono i pregiudizi e si raggiunge l’obiettività di giudizio?

I pregiudizi si combattono con la conoscenza. L’ignoranza genera paura e il pregiudizio è l’unica difesa che ha l’ignorante di fronte alle proprie paure.

Marco Prato aveva scoperto di essere sieropositivo: com’è possibile che si tenga ancora così bassa la guardia sull’HIV quando da decenni non si fa che raccomandare di fare semplicemente la cosa in fondo più banale del mondo, ossia sesso sicuro? Ci sono secondo lei errori a livello sociale, politico, di mentalità a questo proposito?

Qui viene in mio aiuto Pier Paolo Pasolini, quando afferma (mi sembra in un’intervista riguardo il suo ultimo film) che nella nostra società non c’è una vera libertà sessuale, perché questa libertà è stata concessa dall’alto e non conquistata dal basso. In questa storia il sesso è vissuto come qualcosa di estremo (in cui la sicurezza è vista come un limite). Non è un sesso libero, è un sesso nevrotico. È una schiavitù, come il consumo di stupefacenti.

C’è un problema culturale in Italia per quel che concerne l’omosessualità secondo lei? Vengono alla mente alcune dichiarazioni, in particolare da parte di alcuni dei genitori dei protagonisti della vicenda, che, stando a quanto riportato dalla stampa, hanno tenuto più volte a sottolineare che i loro figli erano uomini veri, certo non dei gay (non sempre gli appellativi sono stati così eleganti…), che magari potevano aver ceduto perché plagiati, o per curiosità, ma che erano assolutamente “normali”. Addirittura in certe occasioni sembrava, leggendo quelle parole, che venisse considerato più accettabile lo spaccio di droga, che è un reato, rispetto all’omosessualità.

Eccome se c’è. Questa storia ne è l’esempio lampante.

Qual è il lavoro di un regista e di un drammaturgo in un caso come questo, quando ci si basa su fatti realmente accaduti, quando ci sono ancora inchieste giudiziarie in corso?

Dopo il suicidio di Prato l’inchiesta può definirsi chiusa. Tuttavia esistono casi che non si chiudono semplicemente con un processo, perché restano aperti nelle nostre coscienze. Il nazismo può essere definito un caso chiuso? Non credo proprio. Da drammaturgo ho seguito scrupolosamente il caso, ho lavorato su questo testo per circa un anno, sganciandomi lentamente dalla pura cronaca, trasformando gli eventi in qualcosa di più grande e simbolico, che possa riguardare ognuno di noi, sublimando i personaggi in altrettanti simboli e concetti più ampi. Da regista cercherò di tradurre queste livide astrazioni in scene che nella loro concretezza riescano a colpire anche l’inconscio dello spettatore. Il Teatro è il più grande strumento di indagine che abbiamo, è l’uomo che vede agire se stesso (in carne ed ossa, in quel momento) e ne trae delle conclusioni,  fin dalla sua nascita  è stata la più grande e libera manifestazione di analisi sociale e culturale a disposizione dei cittadini.

Come e perché sono stati scelti gli interpreti della pièce?

Questa domanda mi permette di alleggerire un po’ la conversazione. Non amo fare  provini, non li ho mai fatti. Insomma, andando molto spesso a teatro, non ne ho bisogno. Fabio Vasco ha già lavorato con me in quello che considero, a oggi, il mio spettacolo più intimo, per me, ormai, è come un fratello. Quando ho pensato a Valerio di Benedetto, il giorno stesso l’ho incontrato per caso a Trastevere. Lo stesso è successo con Riccardo Pieretti, il giorno in cui ho immaginato lui nei panni del povero Luca, ci siamo incontrati la sera stessa, sempre per caso, al Teatro Argentina. Come direbbe Wittgenstein: anche il caso ha le sue regole.

Quando andrà in scena?

Dal 31 ottobre all’8 novembre all’ Off-Off Theatre. Silvano Spada, direttore artistico di questo nuovo teatro, che apre nella capitale in un momento in cui tanti cinema e tanti teatri chiudono o rischiano la chiusura, ha immaginato la stagione come un grande festival. Sono davvero molto onorato di farne parte.

Qual è il messaggio che spera che gli spettatori recepiscano?

Quasi tutti i miei spettacoli parlano di un’innocenza che puntualmente viene vilipesa, offesa e schiacciata dalla violenza di una società ottusa, ignorante e corrotta. Il simbolo di questa innocenza, in questo caso, è rappresentato dal personaggio di Luca, al quale è dedicato l’intero lavoro. Più che un messaggio, questa storia (ahimè) ha una vera e propria morale, ma non spetta a me dire quale essa sia.

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