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“Strade di notte”

51HDoiRsg9L._SY346_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Ogni tanto, ogni paio d’anni o più, su quel fondale di pietra capitavano sere e notti piene del fascino inquieto di primavere ormai quasi dimenticate da che avevo lasciato la Russia, alle quali corrispondeva una tristezza particolare, diafana, molto diversa dalla mia solita ansia, che era invece densa e mista a ribrezzo. E allora, come in un piano riaccordato da poco, tutto cambiava: invece dei sentimenti rozzi e forti che mi tormentavano di solito – una voglia persistente e inappagata che appesantiva i muscoli e li iniettava di sangue, una passione cieca che mi riduceva al punto da non riconoscermi davanti allo specchio, il rimorso incessante e indomito perché nulla andava come avrebbe dovuto, o ancora la sensazione di avere sempre accanto la morte altrui – mi ritrovavo senza sapere perché e per come in un mondo altro, lieve, fragile, tintinnante e vasto, dove finalmente respiravo quella meravigliosa aria di primavera che mi era mancata fino a sentirmi soffocare. In quei giorni e in quelle notti sentivo – fortissime – cose delle quali di norma ero vagamente consapevole e alle quali pensavo di rado, ossia che come tutti i miei simili faticavo a respirare l’aria di quell’Europa che non conosceva la purezza del gelo invernale, né gli odori e i suoni senza fine della primavera del Nord e nemmeno le immense distese della mia patria. Eppure a Parigi c’erano decine di negozi e ristoranti russi.

Strade di notte, Gajto Gazdanov, Fazi. Traduzione a cura di Claudia Zonghetti. Parigi, anni trenta. È buio. È notte. La città sembra uscita da un quadro di Toulouse-Lautrec, stropicciata come la digitale purpurea pascoliana, come una veste che ci si è tolti troppo di fretta, per consumare un amplesso mercenario in piedi contro il muro d’un vicolo fetido. Un tassista russo, un esule sradicato, vaga, tra nobili decaduti, filosofi che pensano più al bicchiere che all’imperativo categorico kantiano, emigrati, maniaci, pazzi, soli, disperati, ossessivi, prostitute. Il caso decide gli incontri, attimi di condivisione lungo un percorso che ha un unico finale, intriso di rimpianto. C’è molto, verrebbe da dire, di autobiografico in questo romanzo agrodolce, malinconico, nostalgico, misericordioso, umanissimo, intimo, commovente, sublime, totale: un classico imprescindibile.

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