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“Sotto questo cielo intatto”

51aqGuPTqcL._SY346_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Petro sedeva accanto a suo padre, stringendo una mela macchiettata, pendendo letteralmente dalle sue labbra. Lesja si affaccendava alla stufa. Anna non aveva detto mezza parola. Sedeva al capo opposto del tavolo, a mangiare la marmellata pescandola dal vaso con le dita, senza pane. Il pancione fagocitato dall’abito, i seni pieni e cadenti, fissava suo marito, mentre diceva che nessuna di quelle signore sapeva ballare bene come la sua Anna. Quando Maria aveva cercato di dare una mano per riordinare, lui aveva protestato che se ne sarebbe occupata Lesja. Quando si era offerta di restare per la notte e sorvegliare Anna, perché aveva il battito cardiaco alto e il bambino era insolitamente agitato, lui le aveva garantito che avrebbe badato a sua moglie. Quando si era alzata, l’aveva accompagnata alla porta. Le ultime parole che le aveva rivolto erano state: «Non disturbarti a tornare. Adesso a casa ci sono io». Con la coda dell’occhio, vede la scia di una stella cadente. Ma quando si volta per guardare meglio, è svanita. Dobbiamo dormire, piccino. Presto sarà mattina. Teodor mugola nel sonno. Maria si avvicina di soppiatto al letto. Suo marito è disteso sullo stomaco e dimena la gamba destra. Ha l’espressione angosciata, e i capelli madidi di sudore. Gli posa la mano sulla fronte febbricitante. Lui scatta verso l’alto, afferrandole il braccio. Nei suoi occhi ribolle la rabbia, ha i denti digrignati. Il respiro faticoso. «Teodor». Sbatte le palpebre. «È solo un sogno. Un brutto sogno».

Shandi Mitchell, Sotto questo cielo intatto, Fazi, traduzione di Velia Februari. Canada, millenovecentotrentotto. Dopo circa un paio d’anni, che paiono corti ma non lo sono per niente affatto, di galera, reo della sottrazione di un po’ di grano (è un mezzadro, la terra non è sua), Teodor Mykolayenko, ucraino di nascita, scappato con moglie e figli da Stalin e dalla sua ferocia dittatoriale, è di nuovo, finalmente, un uomo libero. Non c’è stato un attimo, in tutta la sua esistenza, nella quale abbia trovato pace: ogni cosa è arrivata col sudore della fronte, con in bocca il fiele schiumante dell’amarezza, aggrappandosi con le unghie  econ i denti alla voglia umana e troppo umana di essere felici. Ci mancava la prigione, ma ora è tutto finito. Forse. Perché di fronte a quell’orizzonte che sembra non conoscere limiti la fragilità dell’uomo, il disincanto che ha sostituito il candore, riecheggiano come il bronzo che risuona, o il cembalo che tintinna. Non è semplicemente un esordio commovente e grandioso, feroce e dolcissimo: è un capolavoro che innalza fino al cielo.

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