Libri

“Dente per dente”

41SaPamDCTL.jpgdi Gabriele Ottaviani

In attesa che uno psichiatra ci si avvicini per chiederci se ci occorre una dose di Roipnol, una ragazza del gruppo, incuriosita dal freak che mi porto appresso, ci si accosta ancheggiando. Ha capelli troppo biondi, occhi troppo azzurri e un seno troppo grande. Si avvinghia a Ivan in un abbraccio morbido e sensuale e lui si irrigidisce come gli stessero rubando il portafogli. Lasciati andare, gli dico all’orecchio. Lasciati andare! Io mi chiamo Valeria, gli dice la ragazza, ma aspirando parecchio la A finale, per cui credo si chiami Valeriaaaah. Io Mario, risponde Ivan. Lo guardo con la faccia da “Tu non ti chiami Mario”. Mi risponde con l’espressione da “Lascia fare”. Temo si stia costruendo una personalità parallela per aggirare la sua granitica statura morale. Che bel nome, Mario. Vieni con me, Mario. Ti faccio vedere una cosa, Mario, gli dice la ragazza. Sull’intro di Freed From Desire di Gala si infilano in un tunnel molto buio e scompaiono. Rimasto solo, torno a sedermi sui divanetti. Ripenso con tenerezza alla mia prima volta: si chiamava Candida, un nome che ora reputo più adatto a una patologia. Eravamo diciassettenni, eravamo alla festa della scuola e soprattutto eravamo ubriachi. Lei di Negroni, io di una birra media. Un’esperienza sessuale può essere di due tipi: quella che vuoi raccontare a tutti o quella che non devi assolutamente raccontare a nessuno. Nel mio caso direi che, per quanto mi sforzi di ricordarla come una parentesi felice di una serata inaspettata, la mia mente continua a catalogarla come il momento più basso di una sbronza. Lei era vergine, io di più. Lei non sapeva cosa fare, io ancora meno. Ricordo solo che alla fine ha vomitato, credo come commento al nostro incontro.

Dente per dente, Francesco Muzzopappa, Fazi. Nemmeno Buona sfortuna, la deliziosa canzone dell’ottimo gruppo musicale che nel nome ricorda finanche Pellizza da Volpedo, ossia Lo stato sociale, sa essere così irresistibilmente cattiva, quando augura all’ex, mtra le varie cose, per esempio, di tagliarsi un dito con un foglio, che nella graduatoria del dolore e del fastidio corrisponde più o meno al diamante nella scala di Mohs. Il libro di Francesco Muzzopappa è una graziosissima, sin dalla copertina, esilarante, credibile, fresca come il vento di primavera, gravida d’ironia come una cornucopia lo è di primizie e soprattutto crudelissima delizia, una black comedy da non perdere per nessuna ragione portata avanti con invidiabile abilità e agilità da vero atleta al grido di Vendetta, tremenda vendetta! Leonardo è buono. È bravo. È tanto caruccio, si direbbe. Lavora da tre anni al MuCO, ed effettivamente acronimo più infelice per il museo d’arte contemporanea della ridente Varese gli allestitori non potevano proprio trovarlo. Oltretutto pare che a detta dei critici le opere lì esposte siano a dir poco inguardabili, sicché… Ma non è questo il suo unico problema: purtroppo tutti i suoi progetti sono stati stroncati da un incidente. Per fortuna che ha Andrea. La sua ragazza. Cattolica. Praticante. Osservante. Non ha un eloquio da camallo – con tutto il dovuto rispetto agli scaricatori di porto, che fanno un lavoro duro e importante – come tante altre fanciulle dall’apparenza angelicata, tutt’altro. Rispetta alla lettera i dieci comandamenti. Non è sposata, dunque non fa sesso. Con lui. Perché con altri sì, eccome. E a questo punto non può che scattare la rappresaglia. Perché nulla è più temibile dell’ira funesta d’un buono. Che in questo caso si esprime proprio attraverso quei dieci comandamenti tanto celebri e letteralmente scolpiti nella pietra, passando pure per la legge del taglione, che a un occhio, si sa, ne fa per antonomasia corrispondere un altro…

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