Libri

“Una vita come tante”

download (11)di Gabriele Ottaviani

Era al primo anno di legge quando la sua vita aveva cominciato a riapparirgli sotto forma di ricordi. Tutti i giorni, qualunque cosa facesse – cucinare la cena, riordinare i libri in biblioteca, glassare una torta da Batter, cercare un articolo per Harold –, una scena gli si materializzava davanti agli occhi all’improvviso, come una pantomima destinata solamente a lui. In quegli anni, i ricordi consistevano in immagini fisse e non in storie vere e proprie, e per giorni gli erano apparse sempre le stesse cose: un diorama di Fratello Luke sdraiato sopra di lui, o uno degli assistenti dell’orfanotrofio, che lo vedeva passare e lo afferrava per un braccio, o un cliente che si svuotava le tasche degli spicci e li posava sul piatto che Fratello Luke aveva sistemato appositamente sul comodino, accanto al letto. A volte i ricordi erano ancor più vaghi e sfuggenti: i calzini blu con un motivo di teste di cavalli, che uno dei clienti aveva tenuto perfino a letto; il primo pasto che il dottor Traylor gli avesse servito, a Philadelphia (un hamburger e un cartoccio di patatine fritte); un cuscino di lana nella sua stanza, a casa del dottor Traylor, che non riusciva a guardare senza pensare a un pezzo di carne squartata. Quando questi ricordi annunciavano il loro arrivo, si scopriva disorientato: gli occorreva qualche istante prima di ricordare che quelle scene, più ancora che appartenere alla sua vita, ne erano la sostanza più autentica. In quel periodo lasciava che lo interrompessero, e a volte riemergeva dal loro incantesimo con la mano ancora avvolta nel cono di plastica pieno di glassa e sospeso sopra i biscotti, o con un libro metà fuori e metà dentro il suo scaffale. Era stato allora che aveva cominciato a comprendere quante cose della sua vita avesse imparato a cancellare, spesso pochi giorni dopo che erano accadute, e si era reso conto, al contempo, che aveva perso la capacità di farlo. Sapeva che quello era il prezzo da pagare per la sua nuova vita, e che se voleva godersi ciò che di bello e di inedito gli accadeva, doveva anche accettarne le conseguenze. E per quanto aggressivi potessero essere i ricordi o il peso di una vita passata che gli si ricomponeva davanti, un frammento dopo l’altro, sapeva che avrebbe sopportato qualunque cosa, se questo significava poter avere degli amici, e garantirsi la capacità di trarre conforto dalla loro presenza.

Una vita come tante, Hanya Yanagihara, Sellerio. Traduzione di Luca Briasco. New York, bella e scintillante. Sono quattro. Sono amici. Hanno studiato insieme. Sono vicini da sempre. Vengono dal New England, e si sono trasferiti nella Grande Mela. Si sostengono l’un l’altro. Hanno voglia di farcela, di emergere, di lasciare un segno, di dimostrare a sé e agli altri chi siano. Willem, dolce e gentile, vuole fare l’attore. JB l’artista, è smaliziato e ruvido come carta vetrata. Malcolm è un architetto: lavora in uno studio prestigioso, ma più che altro ingoia rospi. Jude fa l’avvocato. È brillante. È riservato. È, per molti versi, un mistero. È il fulcro di questa relazione quadrangolare fatta di amore e dolore, sogni e speranze, tensione e disperazione, lealtà e tradimenti, pensieri, azioni, parole, rabbia, grida, silenzi. I ragazzi lo tutelano, lo coccolano, gli stanno accanto, perché sembra sempre che per lui trovare un po’ di pace sia un’impresa impossibile. Il suo passato è ingombrante, la vita gli ha fatto del male, ha conosciuto la crudeltà. Ma d’altro canto poche cose al mondo sono più salvifiche dell’amicizia. Semplicemente un’opera monumentale, deflagrante, magistrale.

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