Intervista, Libri

“La ragazza di Safita” e il mondo di oggi secondo Giuliano Menaldo

la-ragazza-di-safita_01di Gabriele Ottaviani

La ragazza di Safita è un romanzo significativo e importante: ci parla di questo e non solo l’autore Giuliano Menaldo.

Quale esigenza l’ha portata a scrivere questo romanzo?

Nessuna esigenza particolare. Solo il desiderio di curiosità, di conoscere meglio il mondo che in quel momento stavo osservando, diverso dal mio e da cui mi sentivo attratto perché da lì è arrivata la nostra storia. Raccontare a me stesso prima e agli altri poi, che cosa è stato nei millenni questo pezzo di deserto per l’umanità e perché l’uomo si è impiantato e ora impantanato in quella falce di mezzaluna fertile che scorre dall’Africa all’India. Conoscere e sapere per comprendere.

Come si possono combattere secondo lei la diffidenza, la xenofobia, la paura dell’altro?

La diffidenza non è sempre un male: diffidare di qualcuno o di qualcosa fa parte dell’istinto di conservazione. E questo è giusto perché rappresenta una prima fase della conoscenza reciproca e ci permette di poterci fidare o meno. In ambito medico la diffidenza è fondamentale e porta alla prevenzione… basta saperla usare.

La xenofobia invece rappresenta la paura e prelude all’attacco per la difesa. Xenos oggi vuol dire straniero, ma nella Grecia antica anche amico, ospite. Quello che la società moderna non vede nello xenos è proprio l’ospite: perché?  Forse tutti quelli che si ritengono adelphoi (fratelli) hanno dimenticato l’altro significato di xenos. Questo a causa della disinformazione e quindi dell’ignoranza: la cattiva informazione infatti, parcellare e preconcetta, mira a creare phobos, paura dell’altro, del diverso.

A mio modo di vedere comunque, la xenofobia è data non tanto dalla paura di un diverso colore della pelle o di una diversa cultura/religione, ma sostanzialmente dal timore che chi non ha possa prenderci quanto si ha. Creare conoscenza della storia dei popoli e reciproca stima umana dunque stanno alla base dell’uguaglianza: bisogna globalizzare l’umanità non l’economia, trovare il mcd delle regole della convivenza non quello delle norme della finanza.

Ius sanguinis e ius soli: qual è la sua opinione al riguardo?

Vexata quaestio! Sono italiano perché uno dei miei avi era italiano o perché sono nato in Italia da genitori non italiani? A mio avviso, capziosità dettata da norme/esigenze leguleie: sono italiano perché le circostanze della mia vita mi hanno portato a nascere/vivere in Italia e ne riconosco e rispetto le leggi. Quindi sono italiano per una serie di circostanze che possono mutare nel tempo: la libertà dell’individuo sta sopra i confini di uno Stato. Ecco il perché delle migrazioni verso luoghi dove si ritiene di vivere meglio: un inno all’individuale libertà e autodeterminazione.

Trovo lo ius sanguinis piuttosto aleatorio: cos’ha d’italiano chi è nato e cresciuto in altro paese da più generazioni, che non parla una parola d’Italiano, non segue le leggi italiane e politicamente vota per uno stato diverso? Non mi disturba però un diritto di nazionalità come attribuzione onorifica. Dovrebbe essere il riconoscimento di una provenienza, ma non di un diritto.

A chi viene invece per lavorare e viverci (ius soli) bisognerebbe prima insegnare le regole della nostra società ed esigerne il rispetto (peraltro dandone esempio) e, solo a dimostrazione della loro accettazione, concedere la nazionalità. I suoi figli minorenni però, che magari qui sono nati o che seguono la scuola dell’obbligo da X anni, che parlano italiano, perché non dovrebbero essere italiani? Perché vestono diversamente? Perché sono di altra religione? Perché hanno il colore della pelle diverso? Cavilli socio-politici. Personalmente vedo il problema sotto un’angolazione diversa: se l’immigrato vuole essere italiano, gli sia concesso su richiesta e non per obbligo, e gli sia concesso a fronte dell’impegno di vivere da italiano, parlarne la lingua, conoscerne la storia, condividerne il vivere civile (basta moschee o finte scuole coraniche come topaie ma luoghi di culto dignitosi e sicuri per lo standard italiano, basta prediche in arabo ma in italiano, apertura dei luoghi di culto a chiunque di qualsiasi religione). E perché no? Sostenere un esame di ammissione basato sulla cara, bella e dimenticata Educazione Civica, potrebbe essere una buona idea per acquisire la ‘patente’ di Italiano. Peraltro, male non farebbe reintrodurla nella scuola dell’obbligo perché anche noi la stiamo dimenticando.

Qual è la principale differenza secondo lei tra Oriente e Occidente per quel che concerne la visione del mondo, della donna, della società?

È il concetto di Oriente e Occidente che non sta in piedi: l’uno esiste perché esiste l’altro e siccome la Terra è rotonda, il concetto cambia secondo di dove ci troviamo.  Ma supponiamo di accettare questo muro mobile e invisibile, ecco che torniamo al diverso e alla paura… noi occidentali siamo i migliori, i più evoluti, i più civili ma loro (gli orientali) lo sanno? E noi, visti dal loro osservatorio, come siamo? Non so come vedono il mondo gli orientali ma so che noi lo vediamo a nostra immagine e somiglianza… e se fosse così anche per loro? Quale sarebbe il mondo giusto?

La differente visione della società: dal punto di vista economico? Dal punto di vista culturale? Dal punto di vista politico? Dal punto di vista religioso? Da quest’ultima angolatura, l’Oriente non corrisponde a Islam così come l’Occidente non corrisponde a Cristianesimo: le religioni o le non-religioni fanno parte del cuore dell’uomo e mai dovrebbero essere prese a pretesto per giustificare comportamenti socio-politici, altrimenti daremmo ragione a Marx. La diversità maggiore che noto fra le due società sta forse nella laicizzazione: noi occidentali dall’Illuminismo in poi abbiamo tentato di scindere ogni credo religioso dal vivere quotidiano, abbiamo preposto la ragione al dogma, abbiamo previlegiato il libero arbitrio (sapere aude!) alla guida esterna.  Loro dovranno forse inventarsi un proprio Illuminismo che sarà fatto obbligatoriamente di lacrime e sangue (saranno le primavere arabe? Sta succedendo ora?). Per il momento sembra che abbiano ancora bisogno (o che siano succubi?) di una guida dogmatica, tanto politica quanto spirituale.

E la donna? Più schiava quella orientale o quella occidentale? Quella musulmana o quella cattolica? Perché sono le religioni che schiavizzano la donna, come ancestrale retaggio del Male. Diversamente, gli assolutismi politici schiavizzano tanto maschi che femmine. La donna musulmana deve portare il velo, non può guidare, non può viaggiare da sola, ecc. La donna in Italia non può diventare sacerdote ma, in compenso, ha lasciato cadere ogni velo: qual è più schiava? Più vittima quella con il velo o quella che si denuda per far carriera? Noi vorremmo magari una donna araba più somigliante alle nostre… ma come la mettiamo se loro, gli Arabi, volessero le nostre somiglianti alle loro? A parte le culture diverse, ritengo che solo la donna potrà liberarsi da ogni orpello che lei consideri schiavitù. A mio vedere non basta un pezzo di stoffa addosso o rimosso per determinare la sudditanza femminile: la libertà di comportamento è prima di tutto un concetto mentale di dignità che va oltre ogni apparenza.

Perciò ritengo che fra Oriente e Occidente non vi siano insuperabili differenze, se non una: a Oriente nasce il sole, a Occidente muore, ma nel suo arco di vita splende per tutti ed è per tutti uguale.

C’è qualcosa a suo dire che non conosciamo della situazione attuale in Siria?

Difficile conoscere tutto in una situazione così ingarbugliata. Anche a causa di quella cattiva informazione che citavo sopra. La Siria peraltro, di questa informazione, è solo l’ultima vittima. Appena si accenderà un altro focolaio in qualche parte del globo, andrà in dimenticatoio come l’Afghanistan, il Sudan, la Somalia, la Libia, ma anche il Messico, il Venezuela e, più vicino a noi, l’Ucraina…

Non conosciamo soprattutto gli obiettivi di questa guerra. È un problema di dittatura? Assad nemico del popolo… non sarà uno stinco di santo ma il popolo siriano non credo lo odi. Assad è nemico dei Fratelli Musulmani, certo, ma i Fratelli non sono la popolazione. Allora è una guerra di religione fra i Fratelli Sunniti e l’establishment alauita? I Fratelli lottano per un nazionalismo arabo che poco ha a vedere con la religione, considerato che da sempre in Siria convivono tutti i credo. La Russia è forse alauita-sciita? E l’America è sunnita? E la Turchia del novello dittatore dove la mettiamo? Un giorno con Assad e un giorno contro… perché in mezzo ci sono i Curdi… e i confini… e le dighe sull’Eufrate! E gli altri paesi arabi? E l’Iran? Cosa vogliono tutti questi in Siria?

La Siria oggi è un leone ferito attaccato dalle iene che vogliono bere il suo sangue: nessuno vuole il deserto siriano, beninteso, ma tutti vogliono una parte sulla costa, sul mare, sull’acqua salata o dolce che sia. Il Mediterraneo, l’Oronte, l’Eufrate, il Tigri… da millenni sono contesi e forse ancora una volta, più del petrolio, è l’acqua l’elemento fondamentale di ricchezza e di potere. E di pane.

Il conflitto fra occidente e oriente è culturale, sociale, economico, religioso, politico?

Le culture s’integrano o almeno dovrebbero, si assorbono una sull’altra, non si combattono ma si arricchiscono a vicenda. Le società si compenetrano e crescono tendendo alla multietnicità, migliorandosi sotto molti punti di vista, compreso quello genetico. Le religioni dogmatiche si assomigliano e si ignorano così come le politiche, creando di volta in volta pretesti per il gioco delle parti. La vera causa di ogni conflitto è, per me, l’economia e il potere che da questa deriva. M’insegnava il mio professore di Storia e Filosofia del liceo, che non esiste la geografia ma solo la Geografia Economica. Vale a dire, il mondo è governato dai soldi.

Qual è la ricetta per l’integrazione?

Non credo di essere in grado di suggerire una ricetta così importante e perciò mi appello a M.L.King:  “Io ho un sogno, che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una nazione nella quale non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per le qualità del  loro carattere.”  Se riuscissimo a considerare l’altro non come nemico o inferiore ma come una fonte di diversa cultura il gioco sarebbe fatto… purtroppo non è così facile. Se le sfumature della pelle, il taglio degli occhi, l’estrazione socio-economica, un qamis e un velo non avessero più importanza, cadrebbero di colpo le frontiere di ogni tipo lasciando spazio all’essenzialità e unicità della razza umana (le qualità del suo carattere). Credo vi siano comunque poche speranze perché la razza umana si è sempre dimostrata piuttosto stupida, incapace cioè d’imparare dagli errori della Storia, e materialmente avida, così da diventare più potente.

Lei è un medico: come si rapporta l’essere umano di fronte alla malattia? Ci sono diversità in base alla formazione, al credo, alle condizioni culturali dei vari pazienti nei confronti della salute, specie quando questa viene a mancare?

Perde la tracotanza, perde la presunzione, talvolta la dignità. Di solito la malattia ha la capacità di migliorare gli uomini perché si riconoscono uguali, deboli, vulnerabili allo stesso modo.  La cultura porta indubbiamente una migliore conoscenza e quindi a una certa capacità di scelta strategica mediata, assieme a una non accettazione del male e quindi a una forza di reazione che aiuta molto il paziente e il medico. La sottocultura (ancora piuttosto diffusa, almeno in sanità) fa sì che il paziente si abbandoni quasi inerte alla scienza e alle mani del medico di turno, quasi come vittima sacrificale.

La malattia poi tende ad appianare le differenze socio-culturali: perché si comporta in modo egualitario e perché il nostro sistema sanitario tende ancora a garantire lo stesso trattamento terapeutico a ogni strato sociale.

Il rapporto fra religione e malattia è invece molto complesso. Asclepio era il dio della medicina e Ippocrate era sacerdote-medico. Questo nell’antichità… fino a poco tempo fa! Da quando la scienza ha iniziato a sviscerare le cause del male, progressivamente il paziente è passato sempre più dall’affidarsi a Dio all’affidarsi al medico. Non esistono una medicina religiosa e una medicina atea ma esiste una medicina scientifica: e i malati oggi lo sanno. Solo alcuni casi, forse ancora troppo numerosi, sono affidati a pratiche stregonesche o invocano il supporto del credo religioso (Geova e le trasfusioni, ad esempio). Personalmente ho sempre avuto l’impressione che il malato di fronte alla malattia si dimentichi un po’ del proprio credo e confidi nella speranza che la scienza medica gli possa dare un aiuto. La fede religiosa è questione di credo, la scienza medica è questione di conoscenza.

Da cosa nasce il suo interesse per la letteratura e la ricerca storica?

Innata curiosità. Desiderio di conoscere, di apprendere, di capire chi siamo e dove stiamo andando. Sono nato Ulisse e mi piace curiosare fra le isole della nostra civiltà: attorno a noi tutto parla, tutto racconta. Osservare e ascoltare: un albero centenario, una montagna di dolomia, colline moreniche e vulcaniche, il sole il cielo le stelle, i mari e i diversi colori della pelle, gli archivi di stato, le pagine ingiallite e stinte delle cronache parrocchiali, i ricordi di antiche famiglie… Questa curiosità mi stimola a chiedermi sempre il perché delle cose. ‘Perché’ nell’idioma umano è una parola magica: serve per interrogare e per rispondere… è la parola base della conoscenza.

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