dialettologia, le parole della domenica

Zimba

Stalla maiali.previewdi Giuseppe Mario Tripodi

Zimba, così come la variante Zimma diffusa nella Calabria centrosettentrionale, è una parola dall’etimo incerto che indica soprattutto un ricovero per maiali o, meno estesamente, per gli ovini; anche il tedesco Zimmer (stanza, camera anche d’albergo) potrebbe esservi collegato.

In ebraico esiste zimma che significa cattiva azione da cui è derivato il greco zemìa che rimanda alla punizione, al castigo, dobbiamo ipotizzare come conseguente sanzione.

All’origine della zimba calabrese ci potrebbero essere entrambi i significati, quello del luogo di ricovero per esseri viventi (verbo greco Zoo), animali o persone, queste ultime per punizione. D’altra parte fanno propendere alla convivenza tra le due funzioni (ricovero animale e umano) sia il fatto che per lungo tempo nell’Aspromonte calabro i maiali e il bestiame minuto (capre, pecore e galline) convivevano con l’uomo (con grande scandalo dei viaggiatori nordici) e sia la frequente metafora applicata alle case disordinate: chista non esti na casa ma na zimba!, aviva na casa ch’era na zimba!

Zimbùni è invece l’angolo del molino delle olive dove venivano accatastate le olive in attesa della macinazione ed, ovviamente, quello più sporco e maleodorante, atteso che il deposito durava a lungo sia per la lentezza della macina e sia anche per motivi commerciali; nel Salento, dove dall’inizio dell’età moderna si produceva olio per illuminazione inoltrato ai porti del Nord-europa attraverso il porto di Gallipoli, si registra la parola con lo stesso significato per indicare il luogo dei trappeti, per lo più ipogei, dove le olive venivano fatte ammuffire perché così si produceva un olio da lampada che si consumava con meno rapidità.

Zimba entra in moltissimi toponimi: Simbarìo, in calabrese Zimbarìo, in provincia di Vibo Valentia, ma anche Zimbèju, porciletto, Zimbelli, Zimbari, Zimbotta, Zimbunella e altri ancora per i quali si rimanda a Rohlfs, Dizionario Toponomastico.

Zìmbaru, nonostante la sovrapponibilità delle radici, ha un etimo diverso che secondo Rohlfs rimanda al greco chìmaros, caprone giovane; in effetti lo zìmbaro è il maschio della capra, munito di lunghe e attorcigliate corna, che signoreggia sulla mandria distribuendo cornate ai rivali e montando senza sosta tutte le femmine che sono in stato di grazia.

Si declinano sia forme alterate e aggettivali (zimbarùni, zimbarèddu, crapa zimbarigna, cioè dotata di barbetta lunga come il maschio) ed anche il verbo zimbariari che indica la frenesia con cui il caprone evade i suoi obblighi generativi incedendo superbamente in mezzo al gregge.

Parola e derivati venivano usati metaforicamente per indicare i giovani della specie umana che, spasmodicamente e distribuendo anche loro cornate a destra e a manca, si danno alla ricerca delle donne con intenti non neoplatonici o stilnovistici.

Zìmbaru è anche un soprannome maschile (Natu u Zìmbaru, Micu u Zìmbaru etc. etc.) affibbiato a chi, particolarmente versato nello zimbariari, ha capelli neri e crespi e magari fa poche abluzioni perché, come si dice a Roma, l’omu pe esse omu ha da puzzà.

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