Intervista, Libri

Il tempo sospeso secondo Alexis Bétemps

download (7)di Gabriele Ottaviani

Con Le temps suspendu ha condotto tutti i suoi lettori in un mondo affascinante fatto di tradizioni e riti: Convenzionali ha il grande piacere di intervistare Alexis Bétemps.

Che cosa rappresenta nella civiltà contadina e di montagna la religione? Nella fattispecie, che valore hanno il Natale e l’Epifania?

In Valle d’Aosta, il sentimento religioso è sempre stato molto vivo, anche se, al giorno d’oggi, le vocazioni al sacerdozio sono quasi nulle e la frequenza nelle chiese scarsa. Come un po’ dappertutto, nelle Alpi e altrove, credo. Restano comunque vivi alcuni valori cristiani: il rispetto, in particolare. Rispetto per il prossimo, per le regole sociali, per la natura e per gli animali. Ovvio che i trasgressori sono numerosi, sempre più numerosi. Ma chi trasgredisce lo sa che ha mancato.

Natale, come le altre festività del ciclo dei 12 giorni o comunque del calendario liturgico, ha perso molto in contenuti religiosi sebbene la messa di mezzanotte sia pur sempre frequentata, anche da chi si professa laico o ateo. Resta, per il Natale, la sensazione diffusa di vivere un momento particolare dell’anno, dove la bontà deve regnare, la pace fra gli uomini è comunque ricercata e la famiglia è al centro di tutte le attenzioni. L’Epifania, invece ha perso molto di più: i Re Magi non ci sono più e la Befana non è mai stata ben digerita da noi.

Certo, in  molti comuni sono ancora vive usanze antiche che caratterizzavano i 12 giorni. Penso alla sacra rappresentazione dei pastori alla messa di mezzanotte, alle questue rituali dei bambini a Capodanno o alle previsioni del futuro all’Epifania. Tutto ciò si fa ancora ma con uno spirito ben differente e i protagonisti, più che interpreti di antichi rituali sono diventati attori per uno spettacolo proposto agli spettatori. Più teatro che rito.

Da cosa è scandito il tempo della vita sui monti?

Per molto tempo si è cercato da noi di rallentare l’abbandono dei monti per la città senza neanche immaginare che sarebbe stata invece la città a salire nei monti per portare la propria mentalità e modo di vivere. I grandi cambiamenti si sono affermati a partire dagli anni 70 del ventesimo secolo, quando la civiltà contadina alpina è entrata nell’ultima fase della sua disgregazione. Oggi molto è cambiato, ma molti frammenti di usanze antiche sono ancora vivi.  Chi è rimasto in montagna vive di turismo, anche quando ha mantenuto un certo attaccamento alla terra e la coltiva ancora, più per rispetto che per convenienza. I rari agricoltori “professionisti” sempre attivi, gestiscono grandi aziende (grandi per la tradizione alpina) e sfruttano le terre di chi ha rinunciato o se ne è andato, con mezzi e metodi moderni. Gli antichi ritmi, ispirati al tempo ciclico, quello che ritorna sempre seppur un po’ differente, ogni anno allo stesso momento, sono un ricordo ancora vivo presso le persone anziane. Ma è un ricordo. Questo patrimonio culturale, in Valle d’Aosta è stato in parte raccolto e studiato ed è, spesso, più o meno correttamente, riproposto ai turisti che sembrano apprezzare. In fondo, si alimenta l’esotismo casalingo, ma ciò permette a qualche famiglia in più di vivere sui monti.

Quali sono i punti di contatto e le differenze fra le varie comunità montane che lei conosce?

Credo che esista un fondo culturale alpino comune al di là delle parlate e delle vicende storiche di ciascuno e ciò, anche se alcuni tratti culturali alpini si possono trovare nelle comunità delle pianure adiacenti. Quando si parla di tradizioni, nulla è mai unico o esclusivo. Nel mio libro, come in altri del genere, credo che questo fatto sia stato messo in evidenza: la civiltà agropastorale alpina è una ma con migliaia di sfaccettature, di variabili.

Un esempio clamoroso è la sopravvivenza nelle Alpi del sistema delle proprietà comuni indivisibili e inalienabili. Il diritto latino neanche riesce ad immaginare un sistema simile! Proprietà che non si può vendere e nemmeno spezzettare? Impossibile!

So che da certe parti non sono ben viste dagli amministratori pubblici che le considerano una complicazione inutile …  E penso che la tendenza sia di trasformarle in proprietà comunali (divisibili e alienabili). Peccato.

Cosa rappresenta per lei il tempo? E la natura?

Il tempo? Non saprei. Per me il tempo è la vita che scorre, quindi è memoria. E la memoria è indispensabile per vivere in società. Non c’è futuro senza memoria. Uno dei grandi problemi dell’umanità attuale è che sembra sempre più perdere la memoria.

E, per quel che è per me, la natura è tutto ciò che esiste, che è materiale. E penso che l’uomo, fatto di spirito e materia, è il re della natura. Un po’ retro, vero? Certo un re avveduto, come lo erano i montanari di un tempo che sapevano che la natura era la loro grande ricchezza e che andava preservata, per la sopravvivenza sua e della sua comunità.  I prati dovevano essere concimati, irrigati e falciati, i campi coltivati e protetti, i boschi gestiti con attenzione, i corsi d’acqua rispettati perché da benefici possono trasformarsi in catastrofici, ecc. ecc. . Gli animali domestici dovevano essere trattati bene, nutriti, senza mai farli soffrire inutilmente; quelli selvatici cacciati ma solo per necessità. Il selvatico e il domestico erano due mondi ben distinti, ma amici e anche complementari. Ora, talvolta ho l’impressione che tutto quello che si faceva non va più bene. Mi pare che tutto sia un po’ confuso e contraddittorio: si fanno dei parchi per introdurvi i lupi poi vi multano se ci portate a passeggio il cane!

Ho talvolta l’impressione che i montanari ancora esistenti siano per qualcuno l’ultimo ostacolo per il ritorno alla natura selvaggia, quella che tanto piace a una certa élite. Mi irrito quando leggo o sento dire che sono le scorregge delle mucche la causa del buco dell’ozono (di cui, tra l’altro, non si parla quasi più). Le cause principali mi sembrano ben altre! E non vengono sicuramente dalla montagna …

Personalmente, amo la natura disegnata dall’uomo consapevole e responsabile. Quella inselvatichita mi fa paura e mi intristisce perché svilisce il lavoro millenario dei montanari. Non ho alcun rapporto estetico con la natura che mi circonda e ho paura di certi misticismi da quattro soldi, del tipo: ”quando sono su in alto, sulle cime, mi sento migliore!”

Ho nostalgia del giallo delle messi che d’estate copriva i versanti delle vallate alpine. Era il colore del lavoro degli abitanti delle Alpi. Ma sono fra gli ultimi a ricordarlo: oramai, la montagna è il bianco delle nevi, il blu dei laghi alpini, il verde delle praterie e il bruno delle rocce. Tutto più semplice. Il giallo è passato di moda. Come il montanaro. E forse il lavoro …

Perché scrive?

Scrivo perché  vorrei che  almeno il ricordo della vita quotidiana delle comunità alpine, i valori, la cultura materiale e immateriale, la memoria di questa civiltà ( che ha scritto poco delle sue cose, ma che ha lasciato innumerevoli tracce sul territorio) rimanga ed entri nel patrimonio storico delle generazioni future. E scrivo anche perché mi piace.

Che valore hanno le tradizioni nella contemporaneità?

La parola tradizione deriva dal latino tradere, trasmettere. Si parla quindi d’un patrimonio ricevuto dai predecessori. Va dunque conservato con rispetto, ma non imbalsamato: sarebbe la sua fine. Ogni generazione ha il diritto e il dovere di contribuire con innovazioni e adattamenti all’attualità. Le tradizioni sono  vive quando si muovono, seguendo però un filo che le lega al passato. Sono il risultato di sedimentazioni successive che si possono ancora riconoscere: per esempio nei carnevali alpini tradizionali sono ancora presenti tratti che sono  testimonianze di epoche remote: alcuni culti prelatini,  i saturnali dei Romani, l’affermazione del cristianesimo, i conflitti sociali del medio evo, le dominazioni straniere, la formazione delle comunità di villaggio, ecc. ecc. Il cambiamento è dunque normale e benefico e le tradizioni ancor vive sono la sua storia. Storia di cambiamenti.

Il pericolo che ci viene dalla contemporaneità sono, per me, altri: oggi, spesso i cambiamenti non sono più frutto di riflessione, dell’inventiva della gente. Sono condizionamenti,  adattamenti pedissequi di messaggi diffusi dai media (e sovente ripresi anche dalle istituzioni), che portano ad una omogeneizzazione culturale che è uno dei maggiori pericoli per la nostra libertà futura. Tutti uguali, in marcia, in fila per due!

Inoltre i cambiamenti si susseguono ad una velocità sconosciuta dai nostri padri e sono funzionali al consumismo indiscriminato che fa sì che tutto invecchia rapidamente e tutto va sostituito. Le culture europee non sono minacciate dai migranti africani o asiatici, ma dalla globalizzazione.

Nella mia infanzia, come già per papà e per i nonni,  erano i Re Magi che portavano i regalini; per i miei figli, è arrivato Gesù Bambino ed ora, complice anche la scuola, i miei nipotini hanno Babbo Natale con la sua Coca Cola. Così anch’essi possono sentirsi normali ed allineati col mondo intero.

Tre donatori diversi nell’arco di vita di un uomo mi sembrano un po’ troppi!

Per ragioni ancora da chiarire sul piano scientifico (e che non sono l’isolamento o l’arretratezza), le Alpi hanno conservato fino a tempi relativamente recenti un mosaico di differenze culturali che sono un vero patrimonio dell’umanità. La grande ricchezza delle Alpi sono dunque le differenze all’interno della loro unità d’insieme. Differenze di lingua, di dettagli delle tradizioni, di tecniche, di organizzazione sociale, ecc.  Le differenze, se non sono gerarchizzate e strumentalizzate, sono il sale della cultura, il fermento per le trasformazioni successive, momenti unici di stimolo e di confronto. Questo è il valore delle così dette tradizioni e tutta questa ricchezza va tutelata perché possa efficacemente resistere alle fortissime tendenze globalizzanti. Ma per essere tutelata, deve essere conosciuta: un’ulteriore ragione del perché io scrivo di tradizioni popolari alpine.

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