Intervista, Libri

Igor Patruno e l’insopprimibile esigenza di raccontare la vita

9878153di Gabriele Ottaviani

Le parole ritrovate sono quelle che ha raccolto nel suo emozionante libro, imbevuto di passione, politica, civile, etica, morale, sociale, culturale: Convenzionali dà con gioia il benvenuto a Igor Patruno.

Quale esigenza l’ha spinta a scrivere questo libro? E, più in generale, cosa la pungola a scrivere?

“Le parole ritrovate” affronta il tema del romanzo generazionale perduto, ovvero del romanzo mai scritto sui ragazzi del ’77. Quindi direi che la prima esigenza, se così possiamo chiamarla, è stata “generazionale”.

Il libro, oltre ad un lungo “racconto” sul senso dello scrivere e sui fermenti culturali che hanno accompagnato il ’77, contiene le mie interviste ai maggiori scrittori italiani di quel periodo, pubblicate su Lotta Continua e poi sul Quotidiano dei lavoratori. Sono interviste importanti perché, per la prima volta, dopo aver a lungo ignorato i romanzieri italiani, considerati distanti dai giovani e troppo borghesi, i “giornali” del Movimento del ’77, Lotta Continua in testa, si occuparono del “romanzo italiano”. Quindi la seconda esigenza è stata quella “storica”, ovvero rendere disponibili, soprattutto ai giovani di oggi, quelle interviste di quaranta anni fa.

Parlando più in generale dello “scrivere” potrei risponderti in tanti modi. Scelgo la risposta che, in questo momento, sento più vera. Scrivo per quella insopprimibile esigenza di raccontare la vita.

Qual è il valore della memoria?

Piuttosto che di “memoria”, il cui valore è certamente immenso, io preferisco parlare di “eredità”. L’eredità è un concetto meno inquinato dalle ideologie e dalla politica e preserva inalterato un valore profondo.

Per parlare dell’eredità parto da un verso di Paul Celan: “il mondo non c’è più, io devo portarti”. Nelle parole di Celan il tema della morte si intreccia con l’esigenza di continuare a dialogare. Il poeta rumeno ci dice che il mondo dell’altro da noi è, con la sua morte, scomparso. Ma nel mondo dell’altro c’era anche qualcosa per noi, qualcosa che non può andare semplicemente perduta e, quindi, dimenticata. Ecco quindi in quel “io devo portarti”, l’esigenza di continuare il dialogo con l’altro anche dopo la sua scomparsa. E continuare il dialogo significa fare i conti con l’eredità dell’altro.

Preservare la “memoria” è divenuto oggi un semplice ricordare, ma ricordare non basta. È necessario andare oltre il ricordo e, appunto, continuare il dialogo ponendosi il problema di cosa prendere e di cosa lasciare. Come ha scritto la filosofa Donatella Di Cesare: “Portare l’altro non vuol dire includere, comprendere in sé, bensì portarsi verso l’inappropriabilità infinita dell’altro”.

Qual è il senso della storia?

Friedrich Nietzsche nelle Considerazioni inattuali del 1874 scriveva: “L’uomo invidia l’animale, che subito dimentica […] l’animale vive in modo non storico, poiché il suo esistere si risolve nel presente […] l’uomo invece resiste sotto il grande e sempre più grande carico del passato”.

Sono passati 150 anni da quando Nietzsche scriveva a proposito del peso della storia per gli uomini. Nel frattempo gli uomini hanno imparato ad inglobare la storia come una “reliquia esotica”, come una “icona pop” priva di vitalità, con la quale è impossibile confrontarsi. Il senso della storia si è andato perdendo e al suo posto è salita una nebbia vasta e densa. Talvolta, quando parlo, soprattutto con i giovani, ho l’impressione che siano pochissimi quelli che si chiedono se la storia può essere utile a comprendere il presente. Sembra che quasi non si rendano conto che altri, prima di loro, hanno vissuto, pensato, amato, partecipato a tragedie planetarie, come le guerre mondiali, e addirittura fatto rivoluzioni.

Ecco che torna il tema dell’eredità. Io credo che sia cruciale tornare a chiedersi cosa prendere e cosa lasciare del pensiero e delle azioni di chi è stato nel mondo prima di noi. Anche per questo ho scritto “Le parole ritrovate”.

Qual è il ruolo della politica?

La politica dovrebbe essere un “luogo” dove gli umani si confrontano e decidono sulle forme di coesistenza che vogliono darsi. Un luogo dove gli egoismi dei singoli vengono stemperati a vantaggio del bene di tutti. Il Novecento è stato il secolo delle ideologie e, quindi, anche il secolo di una vasta partecipazione alla politica. Partecipazione che ha creato grandi speranze, ma anche immense delusioni.

Alberto Moravia, già negli anni ’70, aveva iniziato una critica feroce al modo di fare politica in Italia e Pier Paolo Pasolini, prima di essere ammazzato nel 1975, era stato nei confronti della politica ancora più feroce di Moravia.

“Se si scrivessero libri, se si costruissero case, si esercitasse la professione del medico, così come si fa politica” – mi disse Moravia nel corso di uno dei nostri colloqui – “allora i libri sarebbero delle porcherie, le case cascherebbero, e i medici manderebbero all’altro mondo tre quarti dei loro pazienti”. È evidente dalle sue parole quanta speranza sia stata riposta nella politica dagli italiani usciti dall’incubo del fascismo e della guerra, e quanta sia stata forte la delusione nel constatare che poco, o niente, cambiava.

Perché la politica ha deluso e continua a deludere? Qui il discorso diventerebbe davvero molto complesso. Mi limito a dire che sta continuando a prevalere un “pragmatismo” asfittico, là dove ci sarebbe bisogno di “dare speranza” e di cambiare davvero. Inoltre il personale politico è sempre più mediocre, inadatto a rappresentare le esigenze di rinnovamento che attraversano la società occidentale. Infine c’è la perdita della consapevolezza da parte della gente che provoca il chiudersi in sé stessi, l’abbandono dell’impegno in prima persona. E la politica senza l’impegno della gente resta un rito vuoto.

Chi era Pasolini?

Un intellettuale che ha testimoniato, arrivando a morire per continuare a farlo fino in fondo, le contraddizioni della sua epoca. La sua stessa morte è una metafora dell’Italia. Lo disse Alberto Moravia a Campo de’ Fiori nell’orazione funebre per il poeta assassinato.

“Ora io dico: quest’immagine che mi perseguita, di Pasolini che fugge a piedi, inseguito da qualche cosa che non ha volto e che è quello che l’ha ucciso, è un’immagine emblematica di questo paese”.

Pier Paolo è stato ammazzato dal “potere”. Poco importa se questo potere per ucciderlo ha assunto, là all’Idroscalo, l’aspetto di un gruppetto di balordi e delinquenti. Forse non è stato nemmeno impartito un “ordine”. È bastato fare attorno al poeta terra bruciata. È bastato lasciarlo solo. Qualcuno ha colto che c’era la possibilità di agire e l’ha fatto.

Di Pasolini ci restano le parole. Non dovremmo dimenticarle e dovremmo fare di tutto perché i giovani le conoscano (cito a memoria): “Io so i nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli. Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi”.

Ecco in queste parole c’è la capacità di comprendere, che è propria di un grande intellettuale, e c’è il senso di impotenza che deriva dalla consapevolezza che i colpevoli la faranno franca se la “giustizia” resta debole e disarmata.

Com’è cambiata l’Italia in quarant’anni?

L’Italia è cambiata molto, direi che è irriconoscibile. Quarant’anni, in un’epoca in cui la “tecnologia” cresce a ritmi esponenziali e l’informazione (sempre grazie alla tecnologia) circola sempre più rapidamente, sono tanti.

L’impegno dei singoli a mettersi insieme per cambiare il mondo nel quale vivono, l’impegno politico, si è affievolito. Anzi si è dissolto, lasciando il posto ad un generico, noioso e inutile rampantismo. Oggi si cerca la famigerata “stanza del potere” per entrare nell’Olimpo dei privilegiati. Ci sono delle eccezioni, ma per lo più è così.

Quasi come conseguenza della fine dell’impegno politico è evaporata la “solidarietà”. Viviamo nell’epoca degli egoismi, piccoli e grandi che siano. Chi non ce la fa viene lasciato indietro, perché non conta più andare avanti “insieme”, ma solo avere successo e “apparire”.

Sono quindi cambiati profondamente i “rapporti” tra le persone. Un ruolo importante lo ha avuto e continua ad averlo la tecnica. Penso alla rete, ai social, ma anche a quello che ci aspetta dietro l’angolo: la realtà aumentata, l’internet delle cose, l’intelligenza artificiale.

L’Italia di Moravia e Pasolini era un Paese dove c’era ancora la cultura contadina, anche se depauperata di valori dal boom economico, dalla diffusione della televisione, insomma da una modernizzazione sostenuta dal benessere, ma mai “elaborata” fino in fondo, nelle sue conseguenze profonde, dai singoli individui. C’era però ancora chi criticava le forme più nefaste del cambiamento.

Nell’Italia di oggi non c’è più capacità critica e sta andando perduta anche la “memoria”, il senso della storia. Siamo sempre più un Paese di smemorati.

Perché le parole sono importanti? Perché è fondamentale che non si perdano, che si ritrovino?

Le parole sono importanti se riescono a trasmettere “pensiero” ed “emozioni”. Senza pensiero ed emozioni resta un chiacchiericcio inutile, quasi un noioso rumore di sottofondo. Anzi la tecnologia ha cancellato anche i suoni, basti pensare alle chat che ogni giorno vagano nella rete. Muti singulti di un’umanità disorientata.

Come ho già detto ricordare non basta. Occorre fare i conti con gli altri da noi e con la storia, ovvero con gli altri prima di noi. Occorre fare i conti con l’eredità che ci è stata lasciata, prendendo quello che riteniamo portare, lasciando quello che non riteniamo importante. Per farlo c’è solo un modo: ritrovare le parole perdute.

Che valore ha per lei la parola testimonianza?

Si può testimoniare ciò che sta accadendo nel nostro presente e testimoniare ciò che è stato. Pasolini ha testimoniato il suo tempo, ha scritto nell’imminenza dei fatti. Come dicevo si può testimoniare anche a distanza di tempo tentando di ridare vita a pensieri e sentimenti, idee ed emozioni per capire cosa c’è ancora di buono, per capire cosa prendere e cosa lasciare. Questo secondo tipo di testimonianza ha senso solo se si mette da parte la “nostalgia” e ci si confronta con l’eredità della storia. In questo senso il mio libro, “Le parole ritrovate”, è un tentativo di testimoniare i discorsi intorno al romanzo che si facevano quaranta anni fa e le interviste contenute nel libro sono la testimonianza di come una generazione fino a quel momento “distante” dalla forma romanzo, abbia iniziato ad interessarsi al mestiere di “raccontare” la vita.

Com’è mutato il ruolo dell’intellettuale dagli anni Settanta a oggi?

L’intellettuale è colui che ha la capacità di testimoniare, con il suo lavoro, le aspettative, le ansie, le contraddizioni del tempo storico che vive.

Già a cavallo tra gli anni Sessanta e i Settanta c’era la consapevolezza che il ruolo dell’intellettuale “organico” stesse cambiando, anche qui con le dovute eccezioni.

Insomma la società di massa stava riducendo il ruolo dell’intellettuale ad in una categoria inflazionata, burocratica, esecutiva, culturalmente degradata. I giovani intellettuali degli anni Settanta, incapaci di muovere i fili della storia si rifugiavano nella cronaca, nell’autobiografia.

Oggi ci sono pochi intellettuali degni di questa definizione. Un intellettuale può anche essere di parte, ma deve mantenere vivo il senso della critica. Vedo in giro troppi intellettuali, o presunti tali, che sono solo di parte, che rinunciano ad essere critici e, francamente ho poco interesse per quello che dicono.

Gli anni Settanta sono stati anche un’epoca di grandi conquiste civili: perché l’Italia poi pare essere precipitata tanto indietro?

Lo slancio, l’anelito verso il cambiamento, iniziato negli anni Sessanta, interpretato per lo più dai giovani, si è esaurito e, da allora, non è più rinato.

I giovani degli anni Settanta hanno dovuto fare i conti con la repressione dello Stato, con l’isolamento feroce perpetrato dal PCI (il PCI stava costruendo le condizioni per il “compromesso storico” e non poteva permettersi un movimento che lo criticava da sinistra) e con le varie forme di terrorismo. Questi elementi hanno spento la spinta “rivoluzionaria”. Sono arrivati i giorni del “riflusso”. Un riflusso tragico, segnato dalla diffusione dell’eroina tra i ragazzi scontenti e disillusi. Poi è iniziato lo yuppismo, il rampantismo e anche quel poco che era rimasto si è disperso.

Cerco di rispondere alla domanda. L’Italia è precipitata in un limbo dove tutto cambia pur restando uguale perché i giovani hanno rinunciato a quello che dovrebbe essere il loro ruolo: sognare e spingere per il cambiamento.

Come sono cambiate le città? Che tipo di dialettica esisteva ed esiste fra il centro e la periferia?

Intanto le città negli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta erano buie. Quando mi capita di raccontare come è iniziate la “dolce vita” ricordo sempre che la visibilità di ciò che stava accadendo è stata data dalle luci dei locali ancora aperti a ora tarda e delle insegne pubblicitarie. Poche luci in una diffusa oscurità.

A Roma, sin dagli anni Cinquanta, erano arrivati, per restarci, intellettuali come Pier Paolo Pasolini, Amelia Rosselli, Alfonso Gatto, Sandro Penna e tanti altri. Poi c’era una vasta comunità di americani, c’erano i cinematografari, c’erano importanti esponenti dei maggiori movimenti artistici. Insomma Roma è stata per almeno tre decenni un crogiuolo di attività culturali, di confronti e di incontri. Per lo più queste attività si svolgevano in luoghi chiusi e in una città ancora poco illuminata. Era una Roma decisamente “underground”, ma il fervore culturale si avvertiva ovunque.

Poi c’erano le borgate, quelle raccontate da Pier Paolo Pasolini, e smantellate grazie all’impegno delle prime giunte di sinistra.

Insomma mentre il centro era attraversato da entusiasmi e passioni, da un vivere frenetico, anche se concentrato solo in alcuni luoghi, la periferia continuava a restare un “dormitorio” poco illuminato, privo di luoghi di aggregazione. Lo stesso discorso vale per l’altra grande metropoli italiana, ovvero Milano. Tra il centro e luoghi come Quarto Oggiaro, Parco Lambro, c’era una distanza abissale.

A metà degli anni Settanta quello che sarà da subito chiamato “uno strano movimento, di strani studenti” vede aggregarsi i ragazzi provenienti dalle immense periferie metropolitane. Insomma i protagonisti dei “giorni della rivolta” a Roma, a Bologna, a Padova, a Milano sono i giovani proletari, ragazzi senza prospettive lavorative, emarginati, che si aggregano alle proteste degli studenti universitari, portando le loro rivendicazioni. Da questo strano incontro tra ragazzi del “centro” e ragazzi di “periferia” nasce qualcosa di inatteso, ovvero il movimento del ’77.

Perché tanti scelsero la lotta armata?

Perché ci fu un “impazzimento collettivo”, perché in quei giorni c’era la sensazione che in Italia fossero tornati i giorni della “guerra civile”.

Cosa hanno rappresentato Alberto Moravia, Elsa Morante, Valentino Zeichen, Pier Vittorio Tondelli per la scena culturale italiana?

Per rispondere riprendo il filo del discorso iniziato parlando di Roma. La Capitale, a partire dagli anni Cinquanta divenne un crocevia, oggi dimenticato e inimmaginabile, di fermenti culturali. A Roma c’è stata una stagione unica ed irripetibile, grazie alla presenza di grandi intellettuali. Lo ripeto a Roma vivevano Alberto Moravia, Elsa Morante, Pier Paolo Pasolini, Amelia Rosselli, Anna Maria Ortese, Alfonso Gatto, Sandro Penna, Carlo Emilio Gadda, Giorgio Manganelli, Vasco Pratolini. Per avere un’idea, sia pure parziale, degli intrecci relazionali esistenti basti pensare alla celebre foto scattata al Caffè Greco da Irving Penn. Era il 1948. Il fotografo raccolse in uno scatto Aldo Palazzeschi, Goffredo Petrassi, Mirko Basaldella, Primo Levi, Pericle Fazzini, Afro Basaldella, Renzo Vespignani, Libero De Libero, Sandro Penna, Lea Padovani, Orson Welles, Miriam Mafai, Ennio Flaiano, Vitaliano Brancati, Orfeo Tamburi.

Intrecci relazionali tra persone, ma anche tra letteratura, pittura, cinema. Tutto questo ha lasciato un segno negli anni successivi. Faccio solo un esempio. Quando “Nuovi Argomenti” riprese ad uscire, nel 1966, diretta da Alberto Moravia e Pier Paolo Pasolini, offrì ad una generazione di giovani poeti e scrittori, come Renzo Paris, Gino Scartaghiande, Valentino Zeichen, Dario Bellezza, la possibilità di farsi conoscere. Questi giovani, negli anni Settanta, daranno vita ad una intensa stagione creativa e innovativa, soprattutto nell’ambito della poesia, raccogliendo l’attenzione di un vasto pubblico. Basta pensare alle performance del 1977 al Beat 72 e al Festival Internazionale dei Poeti del ’79.

Quindi gli intellettuali presenti a Roma sin dagli anni Cinquanta, oltre a “leggere” in vario modo il loro “presente”, hanno avuto un ruolo fondamentale nel far crescere la generazione successiva.

Negli anni Settanta, però, c’è stata una cesura tra questo mondo e i giovani studenti e proletari.

Lo racconto ne “Le parole ritrovate”. Siamo arrivati al punto cruciale del ragionamento. La generazione del ‘77 ha “rifiutato il romanzo”. Di fronte al primato della politica, il romanzo appariva come una forma espressiva inefficace per affrontare e raccontare le contraddizioni della società italiana. La critica alla figura e al ruolo dello scrittore e più in generale dell’intellettuale, la critica agli apparati ideologici dello stato e all’industria culturale, comportava altre urgenze. Insomma non si avvertiva né la voglia, né l’esigenza di raccontare.

Per questo la generazione del ‘77 non ha avuto il suo Goethe, o il suo Flaubert, penso a “I dolori del giovane Werther” ed a l’”Educazione sentimentale”, ovvero non ha avuto un narratore capace di raccontarla.

Nelle interviste pubblicate da Lotta Continua, il quotidiano del movimento del ’77, e riproposte nel libro, si testimonia la rinascita di un interesse per il romanzo, ma anche perché la generazione degli anni Settanta non si riconobbe “figlia” delle precedenti.

Qual è l’aspetto più importante di cui tener conto in un romanzo? E in una intervista?

Joseph Conrad rispose a chi gli fece una domanda simile (cito a memoria) che ha senso scrivere un romanzo se si racconta una storia interessante. Allora la domanda diventa: cosa si può raccontare di interessante in un romanzo? La risposta, la mia risposta, è la “vita”.

Qui si apre un dibattito che ha attraversato la letteratura del Novecento e che ancora continua a riproporsi. Lo sintetizzo in una domanda. Ha senso raccontarsi in un romanzo? A mio parere ha senso l’autobiografismo solo se, attraverso il filtro della scrittura, la storia raccontata diventa “emblematica”. Cerco di spiegarmi meglio. La mia vita, alla fine non è molto differente rispetto alla vita di qualcun altro. Franco Cordelli, nell’intervista contenuta nel libro, dice: “Le nostre esperienze sono tutte uguali, tanto uguali che si potrebbe giocare a scambiarsele”.

La scrittura permette di oltrepassare l’autobiografismo, quando viene usata per andare oltre il raccontarsi. Non è un meccanismo meramente tecnico. Occorre sapersi guardare, occorre imparare ad osservarsi e a descriversi e, cito ancora Franco Cordelli, “dopo aver fatto questo, occorre andare ancora molto, molto più in là”.

Per le interviste vale la stessa impostazione. Gli elementi biografici dell’autore che viene intervistato sono importanti da far emergere, ma ad un certo punto occorre avere la capacità di spingerlo oltre.

Qual è stato l’incontro che l’ha segnata?

Sono molti gli incontri che mi hanno segnato, ma se devo citarne solo uno allora non ho alcun dubbio a dire Alberto Moravia. Moravia era consapevole di essere tra i testimoni del Secolo Breve, e avvertiva il peso, ma anche la responsabilità di raccontarlo.

Ad un certo punto, durante la nostra conversazione, si alzò dal divano e prese una bottiglia di whisky, chiedendoci se volevamo tenergli compagnia. Nel frattempo sparì in cucina e tornò con un secchiello per il ghiaccio. Mi versai un po’ di liquore ambrato e aggiunsi un cubetto. Continuammo a parlare. Moravia stringeva il bicchiere, poggiato sul bracciolo del divano, con la mano e con l’indice ne percorreva ripetutamente il bordo. Mentre parlava guardavo quel movimento del dito percorso da un lieve tremito lungo l’orlo del bicchiere e pensavo al tempo che ci stringeva tutti.

“Cos’è scrivere”, disse Moravia ad un certo punto, “se non far emergere, portare alla superficie ciò che non appare?”

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