Intervista, Libri

Denudarsi scrivendo

4121Q67OSBL._SY346_di Gabriele Ottaviani

Clessidra è un libro avvincente e convincente: ci parla di questo e altro l’autore, Gianfranco Spinazzi.

Quale esigenza l’ha condotta a scrivere Clessidra?

L’esigenza che mi ha spinto a scrivere “Clessidra” è stato il tentativo di interpretare un tema noto come la Firenze medicea e le figure mitiche di Leonardo da Vinci e Michelangelo Buonarroti, integrandole coll’invenzione di una duplice storia d’amore, artistica e di ambiente. Ciò che ho tentato di fare è una sorta di panoramica narrativa che legasse fatti, notizie, personaggi storici alla fascinazione illimitata dello spettatore. Nel caso di Leonardo da Vinci, come sottrarsi all’eccesso di immaginare che egli abbia inventato pure ciò che è stato scoperto secoli dopo? Ho voluto insomma farmi inventore anch’io. Perché non approfittare dei ventitré anni anagrafici che separano le età di Leonardo e Michelangelo e fare dell’uno l’amante dell’altro? Il piccolo uomo è debitore verso i geni pure dell’opportunità concessagli di fantasticare (ed esagerare) sul loro conto. Detto questo, non mi sono precluso una certa dissacrazione, una blanda irriverenza, implicitamente riferita alla figura dello storico d’arte assetato di sensazionalità storiografiche. Direi che l’esigenza prima è stata quella di giocare con la Storia, il tempo e le sue simmetrie e i suoi rovesciamenti. Di qui il titolo “Clessidra”.

Cosa rappresentano l’arte e il tempo per lei?

Torniamo al tempo. Si dice “l’arte del suo tempo” per riferirsi al  all’evoluzione storica, in realtà l’arte è il tempo rappresentato, insieme allo spazio. Che si tratti di uno sgabuzzino o di un salone, di una pozzanghera o di un oceano, di un angolo di stradina o di un deserto, c’è sempre un tempo di percorso e un tempo di permanenza. L’arte è planimetrica e prospettica, occupa lo spazio per il tempo che ritiene necessario e predispone il tempo futuro. La letteratura è l’arte più esplicita in questo senso, e il lettore oltre al tempo narrato dispone del tempo dell’attenzione e dell’associazione. Non si va mai fuori tempo leggendo. Il rapporto dell’arte con il tempo è libero e illimitato. Le pagine di un libro scandiscono il tempo come il metronomo, e ogni lettore è libero di sentirsi orchestrale o maestro orchestratore. Il bravo lettore è anche autore. Il tempo sta all’arte come la libertà sta all’uomo.

Qual è il mistero più imperscrutabile della vita?

Domanda difficile, quasi impossibile. Lecita, comunque, vista l’inerenza dell’impossibilità. Cosa non si può scrutare? Forse il pensiero quando fugge dalla memoria nel momento stesso in cui sta nascendo. Imperscrutabile è la simultaneità della perdita di ciò che per una frazione di tempo e orgoglio è parso come guadagno. Ricordo che un giorno di molti anni fa, in una via di Mestre (se si trattava di Venezia sarebbe andato diversamente?) ebbi un’idea fulminante per un romanzo, persa dopo un solo passo. Non l’ho mai più recuperata. Un battito di ciglia, paragonato da qualcuno all’inganno dell’infinito, ci separa da ciò che non possiamo trattenere. Serve portare nelle tasche un taccuino? Il tempo di infilare la mano, estrarre foglio e penna può essere fatale. Dovremmo poter disporre di un meccanismo interno che automaticamente fermi il pensiero e l’entusiasmo. Dovremmo soprattutto accontentarci del “mistero”, lasciarlo libero di rimanere tale. Ma come accettare l’imperscrutabilità con cui il bene si può trasformare in male?

Qual è il ruolo dello scrittore nella società?

Penso che uno scrittore nell’odierna società abbia più ruoli. Tento di dire che per “ruolo” si intende comunemente quello “politico”, diretto o indiretto che sia, come è avvenuto negli anni 50 e 60. Non mi sembra che attualmente la società in cui viviamo lasci molto spazio a una attribuzione simile. Forse ci sono ancora degli scrittori, specie sudamericani e anche nordamericani, la cui opera è implicitamente “politica”, ma non credo che la cosa possa assumere un peso trainante e formativo. Un “ruolo” appunto. Gli scrittori che “insistono a parlare in nome del popolo” rischiano di apparire crepuscolari. Credo anche che il ruolo di “esperto”(spettante più al giornalista che allo scrittore) sia esautorato dalla mediatica, spesso pirotecnica, figura di chi scrive. Nutro il dubbio che l’imprenditorialità di cui molti scrittori devono farsi carico per sopravvivere nuocia alla qualità degli scritti. Forse è la mia a essere una posizione crepuscolare e anacronistica. Resta il fatto che mi è difficile pensare al carisma dello scrittore, il che è un bene, ma pure alla professionalità e alla disinvoltura con cui si sfornano romanzi e scritti in generale. Tutto ciò non mi pare costituisca indice di valore letterario. Parlo come lettore. Non c’è disprezzo in ciò che dico (forse invidia), ma non so resistere ad accomunare gli scrittori (non tutti) ai cantanti e agli attori che salgono su un palco. Si tratta di un rilievo puramente fenomenologico, nient’altro. È il nostro tempo e tale deve rimanere, quando capita di leggere un bel libro ci si dimentica di ogni altro aspetto negativo o solo critico. Sono convinto che ci siano ancora degli scrittori capaci di soddisfare la buona lettura.

A cosa serve la letteratura?

La questione implica la domanda precedente. Se dovessi rispondere solo per me, direi che senza la letteratura la mia vita avrebbe poco senso, ma ciò esula da una considerazione generale. I piani comunque convergono: il gusto immediato della buona lettura e quello centellinato e prospettico della speculazione intellettuale. Un insieme intellettivo ed emozionale che implica la circolarità tra libro e vita (come molti amo Borges) e fa affiorare aspetti che altrimenti scopriremmo o tarderemmo a scoprire. È una funzione illuminante. Se si leggono certe sinossi di romanzi, vien da dire, “è la solita zuppa”; i temi sono sempre gli stessi, l’uomo, la donna, l’amore, l’odio, la guerra, la morte, la vita… Poi passiamo a leggere il romanzo e scopriamo di quante sfaccettature e sorprese è fatta la “solita zuppa”. Ecco a cosa serve la letteratura: scoprire sulla terra l’altra faccia della luna.

Qual è l’aspetto più importante da tenere presente quando si scrive? Ed esistono cose che non si devono assolutamente fare?

Uno scrittore può fare di tutto. Il tema della libertà dell’arte non si discosta, a ogni artista spettano tutti i temi e i modi della rappresentazione. Lo scrittore, più di ogni altro artista, ha dalla sua la letteralità dell’espressione, la parola ha un senso diretto (se non si vuole emulare il Finnegans Wake di Joyce): se è scritto che la madre ha ucciso il figlio, o se la marmellata di more è acida, questo vuol dire. Poi naturalmente c’è il contesto. Lafcadio Wluiti, in Sotterranei del Vaticano, uccide senza motivo il compagno di treno, gesto orribile, ma poi Gide contestualizza e intreccia il romanzesco, il lettore non ha alcun dubbio che si tratta di finzione e libera espressione. L’importante per chi si accinge alla stesura di un romanzo o racconto, o poesia, è sentirsi libero e capire che la propria libertà d’artista non è effetto di forzatura ma di un “qualcosa” di sincero e giustificato, per usare questo termine (Virginia Woolf parlava direttamente di “verità”). Un motore interno che serve da guida allo scrittore, impedendogli di essere imitatore, di pensare preventivamente al successo e alla tiratura. Libertà dì espressione è pure libertà dai mercati e dai giudizi. Lo scrittore che scrive “per piacere” difficilmente piace. È noto che lo scrittore non possa sempre controllare oltre che la qualità di ciò che scrive, il senso che i lettori trarranno da quanto di lui leggono. Lo scrittore deve tenersi lontano dai calcoli, predisporsi alla sorpresa che i suoi scritti possano produrre in lui stesso, liberarsi con le parole non incatenarsi ad esse. Secondo me quel che non si deve assolutamente fare nello scrivere, è sentirsi troppo sicuri. Esperti, ottimisti, fiduciosi, pure veloci, bravi, ma mai troppo disinvolti e illusoriamente infallibili.

Ci sono argomenti tabù per uno scrittore?

Domanda che include inevitabilmente come risposta l’individualità dello scrittore. Dal canto mio, mai scriverei di disgrazie familiari, o  situazioni di disagio e infelicità in cui si trovano o si sono trovati amici e familiari. Potrei astrarre il tema generale dalle disgrazie capitate ad amici e parenti, cogliere il tono delle casistiche umane, mai attenermi alla particolarità circostanziata del vissuto sofferto da altri esseri umani a me vicini. Mi ha spaventato la recente intervista rilasciata da una nota scrittrice nel corso della quale dichiarava che mentre il marito moriva lei al suo capezzale prendeva appunti. Per me, tutto ciò rappresenta uno scandalo “etico”, se vogliamo chiamarlo così. Ho già vari motivi per provare oltre al piacere di scrivere pure il pudore (scrivere è un po’ denudarsi), non potrei mai aggiungere la funzionale sofferenza di chi mi è legato anche da semplice conoscenza. Gioie e dolori in tutti noi non sono così originali, gioiamo e soffriamo più o meno per le stesse cose, non occorre prendere specifici appunti al capezzale dei sofferenti. Il tratto autobiografico, quasi indispensabile nella stesura dei romanzi, va contenuto quando non riguarda solo il nostro cronico io.

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