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“Clessidra”

4121Q67OSBL._SY346_.jpgdi Erminio Fischetti

Gli occhi di Lisa dovevano avere colore e carattere. Due presenze  inscindibili. Quale colore, quale carattere?  Doveva cercare di ricordare senza inganni e presunzioni di magia. Scordare la vanità e dedicarsi a lei. Procedere per velature, tanti piccoli strati semiliquidi per imprimere levigatezza e trasparenza al colore. Il volto di una ragazza non accusa ruvidezze, esige delicatezza. Ma com’erano in realtà le sopracciglia? Folte, leggere? Nel dipinto avrebbero dovuto ammorbidirsi, non dovevano costituire soluzioni di continuità, piuttosto armonizzarsi all’incarnato del volto. Una linea sottile, ecco, giusto per delimitare le arcate sopraccigliari, senza per questo formare quell’Area Celsi di cui parlava già Ippocrate. Lisa era la perfezione della salute. Esperto di anatomie maschili, Michelangelo sapeva che le arcate sopraccigliari sono molto più prominenti negli uomini. Sarebbe bastato scurire appena il gonfiore che torniva le palpebre. Vincere l’imbarazzo per quanto gli era stato spiegato da Leo: non c’è parte del corpo la cui pelle somigli a quella delle palpebre, se non la pelle del pene. Ma già era uno scherzo, tra ragazzi, la giovinezza che non fuggiva via, contrariamente a quanto aveva scritto il Magnifico (il monello Leonardo raccontava di un viaggio sulla luna e sull’uso dei seleniti di portare appesi alle cinture grossi falli in bronzo alla stregua della spada che pende dal fianco degli spadaccini). Leo le palpebre gliele baciava con intenzione, chiara l’allusione, non voleva perdere nulla dell’amato. Nulla che non fosse reale e simbolico allo stesso tempo. Diceva d’essere un’ape lavoratrice e che lui, il ragazzo, era l’alveare, la casa, e l’esatto contrario di quanto detto da Plutarco riguardo le api che puntano i loro pungiglioni contro chi è schiavo dei piaceri del sesso. E ora il ragazzo pensava al proprio pene in mano a Lisa, senza che alcuna schiavitù imprigionasse l’intenzione, solo la libertà delle farfalle nel bosco. Le mani di Lisa! Tutto a suo tempo.

Clessidra, Gianfranco Spinazzi, Tragopano. Gianfranco Spinazzi è un autore veneziano che ormai da quarant’anni si dedica alla narrativa, con evidente e continuo desiderio di esplorare la realtà: la nuova sfida che propone prima di tutto a sé stesso ma anche al lettore è tracciata nelle pagine dense e fluide di questo romanzo breve che indugia molto su tematiche umane e anche erotiche, contemporanee ma allo stesso tempo ambientate in tempi lontani. Mescolando abilmente livelli, temi, toni, generi, tempi e spazi, nonché la libertà d’artista dello scrittore con un sostrato storico ben identificato e caratterizzato in modo dettagliato, racconta la vicenda di un uomo che, orfano di madre, è anche velatamente – neppure troppo, in realtà – accusato di esserne il responsabile della morte. Un uomo e un grande, grandissimo, geniale artista, Michelangelo Buonarroti. Che accede alla bottega di un maestro straordinario, Leonardo. Che, più grande di lui, è adombrato dai medesimi sospetti. I due divengono amanti, in un contesto che certo non vede l’omosessualità di buon occhio. Nel frattempo, un giorno arriva in bottega una donna ansiosa di essere ritratta com’è in quel momento, bella e soprattutto giovane. Lisa. Monna Lisa. E Michelangelo – si badi bene al nome – accetta…

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