Libri

“Un luogo a cui tornare”

68700j.jpgdi Gabriele Ottaviani

Cerco in borsa una caramella, gliene offro una. Fa segno di no con la testa. «Un giorno sono tornato dal lavoro e lei era seduta a terra, vicino al letto. Giocava con una foto che aveva staccato dal muro. Ha alzato la faccia, piangeva, rideva. Mi sono preoc­cupato. Le chiedevo che c’è, che ti prende. Poi ha alzato la fotografia mi ha detto Guarda, ti presento tuo figlio. Sopra c’era una nuvola sottile, con dietro il sole; era come un fumo sopra un cielo scuro. A pennarello aveva scritto Pollicino. Ha detto Non so come, ha trovato la strada per venire da noi, questo bischero. Si è toccata la pancia, piangeva e rideva. Mi sono messo a piangere anche io, mi sono sdraiato per terra, lei si è sdraiata addosso a me e siamo rimasti così, uno sopra l’altro, e guardavamo fuori, le nuvole in alto.» Prende fiato, si tocca l’orecchio, ci gioca. «Abbiamo avuto paura, eravamo senza soldi e già vecchi per i figli, senza un lavoro sicuro, senza aiuto. Ma vinceva la felicità per un altro pazzo che aveva deciso questa vita, questa famiglia.» Ho pensato a me e Gualtiero, ai nostri agi, le case confor­tevoli, il conto in banca, le famiglie vicine, le case spaziose, arredate alla moda. Ho pensato a quello che avrebbe avuto un figlio nostro: alimentazione sana, giochi educativi, ve­stiti alla moda, vacanze al mare e in montagna, scuole di prestigio. Ho pensato a quello che ha avuto il loro figlio: due matti senza radici per genitori, una mansarda polverosa e piena di ammennicoli in cui vivere ammassati, giocattoli costruiti con scarti di legno, una vita a imparare ad arrangiarsi, a in­dossare vestiti usati, a sfinire le scarpe di passi. Eppure, tutto considerato, quello fortunato era lui.

Un luogo a cui tornare, Fioly Bocca, Giunti. Piove. Molto. Argea guida. Veloce. È fuori di sé dalla rabbia. Ha la musica alta. I tergicristalli le fanno avanti e indietro davanti agli occhi. Sbattono sempre uguali a sé medesimi, come le spire delle coclee che si vedono sugli schermi dei vecchi film in cui in maniera un po’ rudimentale si mostrano gli effetti dell’ipnosi. È sera. Tardi. Gualtiero, il suo fidanzato, tanto per cambiare le ha dato buca. Però ora se lo ritrova accanto. In ospedale. Dove si è svegliata. D’un tratto ha visto una sagoma scura pararlesi di fronte, e poi non ricorda più niente. In una stanza vicina c’è Zeligo. In coma. Nessuno viene a fargli visita. È un rifugiato. Le sue origini sono bosniache. Ma la sua storia è molto più complicata di quello che in apparenza può sembrare… Fioly Bocca ha il dono della grazia, racconta il sentimento senza sentimentalismo, commuove senza trucchi, emoziona senza enfasi, riesce sempre e comunque a dare credibilità alle sue storie, che non hanno un passaggio a vuoto, una battuta d’arresto, una digressione inutile: con la raffinata e impervia forza della semplicità indaga l’anima.

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