Intervista, Libri

Sbocciano dove non guardiamo mai…

download (1)di Gabriele Ottaviani

I fiori del giorno è la sua emozionante opera: Convenzionali intervista summo cum gaudio Betarice Morra.

Cos’è il dolore?

Sono giovane, e fortunata. Ho conosciuto poco dolore nella mia vita personale, e lo dico per correttezza. Tuttavia sono sempre stata molto sensibile e ho recepito, sin da bambina, un mondo pieno di dolore nelle vite di troppe persone. E osservandole ho trovato il mio perché al dolore.

Non dirò nulla di originale o di innovativo, anzi, ma un mio piccolo pensiero. Il dolore serve da controcanto per soppesare bene i momenti belli della vita, per “separare il grano dal loglio”, per accorgersi del fiore di ogni giorno, della parte più bella di ogni giornata.

Per dirla con l’inarrivabile Calvino, il dolore serve a “cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”.

Che valore hanno i simboli?

Io ci ho costruito un’identità. Costruire un’identità sui simboli non vuol dire vivere in un modo astratto o poco concreto, o rifugiarsi in uno spazio lontano dalla vita vera, anzi. Simboli, rituali, icone sono, secondo me, i tasselli intorno ai quali si sviluppa la memoria (anche quella affettiva) delle persone. Per questo sono così importanti per noi, perché sono parte di ciò che siamo.

A  cosa serve la letteratura?

È una domanda difficile. Credo che l’uomo sia nato per creare, e che la creatività, nel senso più ampio del termine, è ciò che indirizza il senso della vita. Ogni volta che facciamo arte, e quindi ogni volta che facciamo o proviamo a fare letteratura, compiamo un atto di filantropia. Amiamo l’uomo dando senso alla sua vita. E una vita il cui senso sia puro e limpido come quello dettato dall’arte (ché anche l’arte sporca, lurida di dolore, ha un senso puro) è una vita che aiuta il mondo, comunicando l’urgenza di altri atti d’arte. E poi la letteratura serve alla memoria, che è la cosa più preziosa che ci sia.

Quand’è che più profondamente nella nostra società si percepisce il senso di alienazione?

Per me, l’alienazione più dolorosa si percepisce quando si viene a conoscenza di un paradosso: il nostro mondo, ipercomunicativo in potenza, non riesce a risolvere il problema più grande di tutti, che riporto nelle parole di Saramago: “se non parliamo siamo infelici, e se parliamo non ci comprendiamo”. Nei momenti di lucidità in cui si ha consapevolezza reale della cosa, in un mondo come il nostro che pretende di saper comunicare tutto a tutti e ovunque, ci si sente alienati e soli, almeno secondo me.

Qual è l’aspetto più importante da tener presente nel momento in cui si racconta una storia?

Che rimarrà sempre qualcosa d’incompreso. Forse bisogna accettarlo e basta, e non è facile nell’urgenza di riuscire ad esprimere tutto ciò che si vorrebbe esprimere. Se non si capisce almeno un po’ questo, scrivere diventa un inferno, senza possibilità di fuga. E poi un’altra cosa: non bisogna sempre avere una strategia per riuscire a toccare certe corde che smuovano il lettore. A volte il lettore furbo si accorge della strategia e la magia si spezza. A volte basta lasciarsi un po’ sopraffare, e procedere e basta.

Il libro che vorrebbe aver scritto, e perché.

Non c’è un libro in particolare che avrei voluto scrivere, perché certi libri, forse, se li avessi scritti io, anche uguali, mi sarebbero piaciuti meno. Quello che posso dire è che Cent’anni di solitudine è il mio faro nel mare della scrittura, perché è un libro che mi ha sempre dato l’impressione di poter contenere in poche pagine tutto il possibile mondo interiore di ogni persona e il potenziale mondo esteriore di ogni popolo.

Il film che la emoziona di più.

Mystic River. Ma non sono una grande appassionata di cinema – è una brutta mancanza, ma è così.

Perché scrive?

È un bisogno doloroso. Poi scrivo perché sento di aver qualcosa da dire, e mi prudono le dita se non lo dico scrivendo. È un impulso abbastanza egoistico, inutile mentire. Qualcosa che ha a che fare con l’affermazione della mia identità, ma insomma, sono confuse e nebulose idee nel mio cervello.

A un livello superficiale scrivo perché sento il bisogno di farlo, anche se a volte è un processo doloroso. E poi scrivo per quello sguardo che mi lanciano le persone, quando le mie parole hanno comunicato qualcosa – bene, male, poco, tanto, purché sia qualcosa – e che mi fa sentire in contatto con loro.

Dove sbocciano I fiori del giorno?

Dove non guardiamo mai, ossia sotto il nostro naso. I fiori del giorno sono l’antologia, l’insieme di piccoli momenti belli della giornata di ogni persona. Anche la vita più dolorosa ha un fiore del giorno, e anzi forse è quella che riesce a scorgerlo prima, e meglio.

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