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“La nave delle anime perdute”

51TQD8fLZzL._SY346_.jpgdi Gabriele Ottaviani

Rimase un attimo pensoso poi aggiunse anche che, come per ogni altra cosa della vita alla quale non ci sentiamo preparati, ci avrei fatto l’abitudine, come d’altronde tutti a bordo del Neptuno. Per concludere mi disse, quasi cordiale: «State tranquillo che non c’è nulla di male in quello che facciamo». Si alzò per accompagnarmi alla scaletta e aggiunse con un sorriso accattivante che era felice che io e lui fossimo d’accordo su tutti i punti importanti del mio incarico: «… Rimangono solo le questioni di coscienza. E in mare non servono» disse ancora e mi congedò. Tornai nella mia cabina, mi spogliai e mi misi nella cuccetta. Il Neptuno e Blanco avevano finalmente gettato la maschera. Il comandante aveva tentato di far firmare pure a me il suo patto di sangue, un contratto di dannazione che mi legasse a lui, che mi mettesse come tutti gli altri nelle sue mani, ma non ci era riuscito. Ero a bordo di quella nave, una nave negriera è vero: ma ci ero finito non per mia volontà e non ero uno di loro, questo ero riuscito a metterlo in chiaro, almeno per il momento. Ma il capitano Rogelio Blanco non era un uomo da sottovalutare: mai, in nessun momento o occasione, di questo non dovevo mai dimenticarmi. Pensando a queste cose, restai ad ascoltare i rumori della notte, aspettando di addormentarmi. Ma il sonno non venne.

La nave delle anime perdute, Alberto Cavanna, Cairo. La battaglia di Lissa, nell’anno del Signore milleottocentosessantasei, venerdì venti di luglio, è una delle disfatte per antonomasia, un po’ come Caporetto. La flotta italiana fu sgominata dall’Austria. Era il tempo della terza guerra di indipendenza. La si ricorda finanche nei Malavoglia, come uno dei momenti chiave delle tante svolte negative che si sono succedute nel corso della vicenda esistenziale, raccontata da Verga col piglio dell’osservatore che vuole che siano i fatti a parlare con la propria voce, della sfortunata famiglia della casa del nespolo, per cui la provvidenza è solo una barca che affonda. Dopo Lissa Giovanbattista Parodi, rampollo della borghesia genovese, giovane medico della Regia Marina, diserta. E quindi deve darsi alla fuga, anche per espiare una colpa che lo rode dentro come un tarlo. E come, se non per mare? Giunge a Marsiglia e finisce sul Neptuno, il veliero del capitano Blanco, che a quanto pare non ama né fare né ricevere domande: ufficialmente la nave imbarca avorio, ma non sembra seguire la rotta programmata in direzione di Cuba. E mentre lo sgomento cresce aumenta anche la dannazione che tutto corrode, come la vecchiaia sul quadro di Dorian Gray… Conradiano e molto raffinato, il romanzo è una lenta e inesorabile immersione nei recessi inconfessabili dell’animo umano e un’allegoria molto interessante del potere della redenzione. Scritto con prosa ampia e avvolgente, affascina.

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