Libri

“La mattonella di Caravaggio”

download (6).jpegdi Gabriele Ottaviani

La sua mente volava, le mani fremevano, impazienti di correre ai pennelli e dar corpo alle intuizioni che si affollavano disordinatamente nella testa. Preso dai suoi pensieri, il Maestro aveva interrotto ogni discorso mentre discendeva con gli altri due lungo i tornanti della Via Pedamentina che dal Vomero portava al centro. soltanto il panorama che mutava man mano riuscì a strapparlo alle sue fantasie: il golfo, il Vesuvio, la strada di spaccanapoli che in linea retta divideva in due la città, i campanili delle chiese, i vigneti e i poggi verdi alternati a piccoli casali e fattorie tutt’intorno. Trattenne per un momento il respiro e cominciò a parlare, senza curarsi se gli altri lo ascoltassero o meno. «non sarei mai capace di dipingere un simile quadro… le ampie vedute, i vasti panorami non sono per me: io cerco una scena che rimanga contenuta in uno spazio delimitato, nel perimetro di una stanza, di un vicolo, di una locanda. E la luce piena non è adatta al mio pennello. Devo poterla dosare, perché colpisca solo i soggetti che decido io. la mia luce non appartiene a tutti.» Giunti a mezza collina, all’altezza del convento di Santa Lucia al Monte dove i francescani si erano ritirati per difendersi dalle incursioni saracene sulla costa, la Via Pedamentina a San Martino confluiva nella discesa dei Sette Dolori e arrivava nel decumano inferiore. Qui le strade dei tre uomini si divisero e ognuno prese la propria. caravaggio non s’avvide di una giovane contadina che in una mano reggeva una cesta di uova fresche e con l’altra guidava una mucca tenendola per la cavezza con una cordicella. Usciva da una stalla accanto a un porcile, dal quale promanava un puzzo intenso, per scendere a valle e vendere il latte che mungeva nelle giarre delle massaie. Un mastino napoletano abbaiò dietro a un mulo, mettendolo in fuga, e dalla soma un mucchio di carote cadde accanto al pittore. solo allora notò il viso pulito della ragazza, la sua pelle rosa, i capelli raccolti in una coda di cavallo. Un nome da quel giorno cominciò ad assillarlo: Tommaso, come il Campanella, il De Franchis, il santo apostolo che aveva dipinto nell’atto di toccare le ferite del costato di Gesù, e, sì, come Tommaso d’Aquino, il Doctor Angelicus della chiesa. Ma non sarebbe finita lì, lo sentiva. Qualche tempo dopo, in una notte di tempesta, il tormento si sciolse.

La mattonella di Caravaggio, Dino Falconio, Cairo. Duemilaottocentododici mattonelle, tutte uguali, tranne una. Quella col simbolo dei Cavalieri di Malta, che si confonde più che bene con le rose dei venti che campeggiano su tutte le altre. Siamo a Napoli, nel Chiostro maiolicato dell’Oratorio dei Girolamini, una delle tante pertinenze di un complesso monumentale che ha la sua punta di diamante nella chiesa – a due passi dal museo del tesoro di San Gennaro – intitolata alla Natività di Maria Santissima e a tutti i santi, i cui lavori sono durati in tutto quasi duecento anni, e che sconvolge per beltà. La cura del chiostro è affidata a Titina, che certo giovane non è e a furia di lavare i pavimenti si è rovinata le mani e non solo. Titina sa il perché della piastrella diversa. È un segreto di famiglia. Il problema è che lei non lascia eredi. A chi dunque affidare questo prezioso tesoro, che non dev’essere svelato ma nemmeno per sempre perduto? E che c’entra in tutto questo Michelangelo Merisi, detto Caravaggio, devoto e blasfemo, omosessuale e donnaiolo, casto ed erotico, uomo e donna, pazzo e saggio, audace e timoroso, dolce e brutale, genio e sregolatezza che a Napoli è scappato per sfuggire a una condanna a morte? Dino Falconio, proprio come Caravaggio sulla tela, gioca sulla pagina da vero maestro con le luci e le ombre: la biografia si fa romanzo, il romanzo si fa biografia. Da non lasciarsi sfuggire. Ammaliante.

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