Intervista, Libri

Gian-Luca Baldi, il Tempo, la Vita

51iKCZlRFzL._SX315_BO1,204,203,200_di Gabriele Ottaviani

Il suo intenso Quello di cui non vogliamo parlare genera numerosi spunti di riflessione: per noi di Convenzionali è un vero piacere intervistare Gian-Luca Baldi.

Che significato hanno per lei la vita e la morte?

Nulla di diverso da ogni altro uomo, se non per il fatto che sin da giovanissimo sono state oggetto di riflessioni profonde e continue. Il mio animo filosofico ha rivolto ad esse un pensiero costante da quando avevo quattordici anni, e da allora non ha più smesso… Cito il mio ultimo libro ancora inedito, Piccolo dizionario delle emozioni e dell’amare – in guisa di una storia d’amore:

«Riflette a lungo su queste cose Lanth. Quando un interrogativo si affaccia nella sua mente, lo afferra come un mastino stringe le sue mascelle potenti intorno alla sua presa, e non lo molla più, per giorni, settimane e mesi. Il suo potere non è quello dell’onda, ma quello del vento, che scolpisce le rocce  marine giorno dopo giorno con la sua carezza apparentemente delicata ma inesorabile» (Piccolo dizionario, p. 47).

Cosa rappresenta il tempo che passa?

A questa domanda rispondo in fondo anche più avanti, a proposito del rapporto col passato e la memoria. Voglio però citare proprio l’inizio de Il piccolo dizionario…:

«Ci sono avvenimenti della nostra vita che aderiscono alle pareti della memoria come nastro adesivo su di una superficie bagnata. A volte delle parole, dei nomi, dei volti, perfino delle azioni che compiamo, scivolano via dalla nostra mente l’attimo dopo l’essersi affacciati alla nostra coscienza, senza lasciare una traccia visibile del loro passaggio.

Mentre altri si trasformano in ricordi che sembrano allontanarsi veloci come nuvoloni neri trascinati dal vento, ma all’improvviso precipitano in sciami o come grandine in una tempesta, e sono pungenti e affilati come lame di vetro e non c’è tetto che possa ripararci né medicina che possa guarirci.

Ed altri ancora invece si piantano all’istante con forza nella nostra testa, come lance nella corteccia di un albero, mettendo in ombra qualsiasi altro ricordo, nuovo o vecchio, opaco o luminoso che sia, col quale vengono a mescolarsi» (Piccolo dizionario, p. 6).

Il Tempo è il nostro più grande mistero, è ciò in cui siamo immersi e che da forma alla nostra vita, è una lama che ci trafigge, impercettibilmente quando siamo giovani, crudelmente quando siamo adulti e cominciamo ad invecchiare…

«Nostalgia e rimpianto di fronte a quegli anni perduti, a quella forza, a quella bellezza, ci bruciano dentro come un grande falò sulla spiaggia, che rimaniamo a fissare da una zattera che si allontana veloce sul mare scuro della sera…» (Piccolo dizionario, p. 48).

Ma questo mistero è anche positivo, ci spinge oltre, oltre da noi e dall’uomo, ci spinge a guardare lontano e cogliere dimensioni trascendenti, se abbiamo la predisposizione e la capacità a fermarci e a guardarci profondamente e coraggiosamente dentro…

«Soprattutto, il gettare lo sguardo così lontano nel tempo, abbracciando tutta la storia del mondo in un solo pensiero, gli dà l’illusione, a volte, inebriato da quel profumo, di essere quasi sul punto di penetrarne il mistero…» (Piccolo dizionario, p. 68).

Il tempo è sempre uguale oppure davvero, per citare Bergson, è estensione e durata?

Leggendo le dichiarazioni degli scienziati oggi, fisici e biologi in particolare, si resta sconvolti e colti da vertigini da quello che dicono sul Tempo. Il Tempo viene considerato sempre di più una creazione umana, della nostra mente. La concezione di un Tempo assoluto non esiste più. Da poeta, compositore e scrittore, direi che il Tempo nasce nella relazione tra l’immobilità del Tutto o Nulla, e la materia, sia essa animata o inanimata. Il Tempo per ciascuno di noi nasce nel momento in cui veniamo al mondo, nel rapporto tra le nostre trasformazioni, la parabola delle stelle ed i pianeti, le trasformazioni di tutti gli altri esseri viventi e della materia… E’ una fitta polifonia di Tempi individuali, un intreccio complesso e indistricabile di estensioni e durate, in cui non c’è nulla di uguale ed assoluto…

Qual è l’elemento più importante da tenere presente quando si scrive?

Ci sono esigenze di contenuto ed esigenze di forma, entrambe sono essenziali per la scrittura. La forma è il modo in cui il contenuto si manifesta, non un aspetto secondario, che qualsiasi artista deve affrontare con grandissima serietà. Il poeta che è dentro a ciascun artista deve rispondere della verità, fissare con coraggio il sole negli occhi e darne testimonianza, vivendo di fondo un’esperienza profondamente spirituale, se non mistica; l’artigiano che è dentro a ciascun artista deve rispondere dell’armonia  del risultato, della misura, della struttura e perfezione di ogni singola parte, lavora la materia e con la materia e deve vincerla, dominandola.

Ci sono cose che in letteratura non si possono dire?

Credo che qui torni la distinzione tra forma e contenuto. Non c’è forse cosa che la letteratura non possa affrontare. Meglio ancora, la letteratura ha forse l’obbligo di affrontare qualsiasi cosa, ma deve trovare il giusto modo per farlo, la giusta forma. Può essere un’arma potente di verità, può essere sconvolgente. Deve calibrare la sua forza. Non credo in un’arte eccessivamente provocatoria e distruttiva, le mie parole d’ordine sono equilibrio ed armonia. Ho cercato di affrontare in Quello di cui non vogliamo parlare temi scomodi e pesanti con leggerezza e delicatezza. Penso però a La morte del padre di Karl Knausgard, un libro sconvolgente. Guarda in faccia la realtà della morte con un coraggio impressionante, è un vero pugno in faccia, però sublime e necessario forse. Così sì, questo è giusto. Oltre forse, non necessario. Traumatizzare e ferire… c’è già la vita che ci pensa e lo fa.

Perché scrive?

La nostra mente è ‘ricercatrice instancabile di senso’, si scontra continuamente con la realtà, per darle ordine, significato, direzione, armonia… Se a questo aggiungiamo il senso di precarietà, di scivolamento inesorabile lungo il piano inclinato del Tempo, possiamo capire almeno qualcuna delle ragioni che ci portano a scrivere, e ricomporre la realtà sulla carta…

Che rapporto ha col passato e la memoria?

Rispondo citando altri due passaggi del mio ultimo libro:

Lanth «ha un posto che dà le spalle alla direzione in cui viaggia il treno, ma non gli dà fastidio. Anzi, non gli dispiace affatto, perché prova uno strano senso di piacevole stordimento nel guardare le campagne che scorrono all’incontrario e nel fissare dei punti a caso dell’orizzonte che si allontanano.

Sorride pensando ad una frase che ha letto da poco sul post di una sua amica: «non guardarti indietro, non stai andando in quella direzione». Ed è invece proprio quello che lui fa sempre, troppo, tanto da restarne incantato».

«Lanth è un uomo ‘capovolto’, non c’è niente da fare. Vive con la testa immersa nel passato, o persa in qualche mondo inesistente. Tuttavia lo scrivere ed il creare sono un modo per lui di annullare questa sensazione, di mitigare questa schiavitù del tempo: scrivere significa rivivere continuamente il proprio passato, con tale forza da sentirlo ancora vivo, presente» (Piccolo dizionario, p. 106).

Qual è il messaggio che vorrebbe che i suoi lettori ricevessero da lei?

Forse che l’essere umano è una creatura enormemente complessa, meravigliosa e terribile, che facciamo ancora molta fatica a comprendere. Dobbiamo acquisire maggiore consapevolezza dell’incapacità di leggere dentro noi stessi e di capire gli altri. L’incomunicabilità, l’incapacità di gestire in maniera equilibrata facoltà essenziali e imprescindibili dell’Homo Sapiens, come ‘immaginazione’, ‘fantasia’, ‘emozioni’ e ‘capacità cognitive e razionali’, sono tra le tematiche a me più care.

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