Libri

“La logica del desiderio”

download (2).jpegdi Gabriele Ottaviani

Per due settimane feci la spola fra casa e ospedale. Seguivo i suoi miglioramenti. Fui presente anche la mattina in cui il chirurgo che l’aveva operata le disse dell’asportazione dell’utero. Mi sembrò che reggesse bene l’urto della notizia. Fu lei che iniziò a parlare della questione, io non avrei mai avuto il coraggio di dire nulla. Ho perso la testa, disse. Ero troppo sola quella sera. Mi sono ubriacata. A dire la verità avevo pensato di uccidermi. Lo disse con una sorta di tranquilla disperazione. Anzi di ucciderci, riprese indicandosi la pancia. E invece ho finito per uccidere solo il mio bambino. Io sono ancora viva, a metà, ma viva. Alle volte parlavamo del marito. Ma non ne sembrava tanto avvilita. Vuole fare la sua vita, diceva, che la faccia. Aveva anche iniziato le pratiche del divorzio. Faceva recapitare la documentazione direttamente in ospedale. Le leggevamo insieme quelle carte. Devi trovarti un avvocato, dicevo, anzi se permetti ne conosco uno che si occupa proprio di questa materia. Il fatto è che non c’erano sogni, mi disse un pomeriggio mentre passeggiavamo nei corridoi dell’ospedale. Era stato un matrimonio d’impulso, come del resto ne capitano tanti. Una conoscenza superficiale, una passione dirompente, fidanzamento e matrimonio. Già durante la prima notte di nozze, mentre mi stava di sopra e ci dava dentro, continuò, mi accorsi che di lui non m’importava niente. Ero lì, vedevo la sua faccia rossa di piacere, ma io non sentivo nulla. Anzi, se ti devo confessare quello che pensavo sul serio, mi sentivo come una puttana che abbia raccattato il primo cliente disponibile e ora se lo stia lavorando. Lo so, non è una bella cosa eppure andò proprio così. E per ogni volta che mi scopava io provavo di nuovo quel disagio. Almeno mi pagasse per ogni prestazione, iniziai a pensare. Gli avrei fatto trovare anche le tariffe, e ci fu un momento in cui ero decisa a stilare un programma con prestazioni e tariffe. Ma poi lasciai perdere. Ero sua moglie, del resto. Ero allibito. Glielo dicevo anche. Come ci riuscivi, allora? Ma lei scrollò le spalle come a dire che neanche lei lo sapeva. Si faceva montare e basta. Il corpo presente la testa in mezzo ai campi di grano.

La logica del desiderio, Giuseppe Aloe, Giulio Perrone. I ballatoi sono punti d’osservazione ideale. Circondano un luogo chiuso, sono riparati, comodi, consentono un punto di vista sopraelevato, alla giusta distanza. Per vedere bene le cose senza essere troppo in disparte, troppo discosti dai rumori, dai profumi, dai dettagli che punteggiano come ricami la trama della vita autentica. Che è ciò che interessa agli scrittori: raccontare l’esistenza, anche qualora si parli, che so, di fantascienza. Le luci nelle – e delle – case degli altri: è questo che attira come falene chiunque desideri fare letteratura, incontrare altro da sé e narrare la storia che scaturisce sempre, perché in fondo altro non si tratta che di un principio scientifico, naturale, ossia che ad ogni azione corrisponde ogni volta una reazione, uguale e contraria, e da un dialogo, se è comunicazione vera, si esce sempre diversi, perché è impossibile bagnarsi due volte nello stesso identico fiume, tutto, di continuo, inesorabilmente muta. Ed è proprio su un ballatoio, affacciato sul cortile interno di un palazzo di inizio secolo, che un ragazzo passa ore e ore a correggere il suo romanzo, a leggere, a sbirciare le movenze dei gatti. Finché non scorge altre movenze, altrettanto feline, quelle di una donna… La passione detona, ma… L’ossimorico titolo scelto da Aloe è la sintesi perfetta di questo romanzo di rara sensualità: è dal corpo, dall’istinto, dalle viscere che nascono nevrosi, incontrollabili follie, morbi e inquietudini che pure sembrano rispondere ai passaggi consequenziali di un incomprensibile progetto. Ben scritto e ben caratterizzato, è da leggere.

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