arte, Intervista

Fabio Strinati, l’arte e la vita

19243516_10211049548848091_1535490781_o.jpgdi Gabriele Ottaviani

Ha un gran talento, è giovanissimo e brillante: noi di Convenzionali siamo onorati di aver conosciuto Fabio Strinati.

Qual è il valore dell’arte nella società e cosa rappresenta per te?

Per me l’arte rappresenta oltre che una missione e un credo profondo, anche un’assoluta salvezza del corpo e dello spirito da questa società che corre come un cavallo folle e che presto o tardi si azzopperà lungo la strada senza possibilità di guarigione.

Di che cosa parlano le tue raccolte poetiche?

Nelle mie raccolte poetiche tendo a parlare il meno possibile di me, anche se poi, non riesco a restarne fuori totalmente. Scruto me stesso, osservo gli altri e le cose come fossero parte di me, e così, finisco per immergermi a pieno in questa babele di sentimenti e sensazioni tanto da rimanerne pienamente coinvolto. A volte ne esco fuori più forte di prima, mentre in altre occasioni me la cavo con dei pochi ma simpatici strapazzamenti. In definitiva parlo di tutto ciò che non possiamo vedere e di tutto quello che non possiamo toccare; l’uomo ha bisogno di guardare oltre per capire se stesso e il mondo che lo circonda.

Quali analogie ci sono fra un’antologia e una composizione musicale?

Una poesia è una raccolta di sentimenti mentre una raccolta di poesie rimane pur sempre una raccolta di poesie. Come meccanismo non è poi molto complesso. Il discorso cambia quando bisogna far paragoni ( a mio avviso forzati ) fra un’antologia e una composizione musicale. La musica si muove su territori dove la luce è sempre ben presente; il suono vive di luce nei momenti dove la tristezza s’incunea dentro la nostra ispirazione, mentre si nutre di buio molto raramente. Il suono tende a soccombere quando il buio inizia ad avvolgere tutto. La poesia, invece, prospera in quei luoghi dove luce e buio si alternano inesorabilmente; poi ancora non ho ben capito dove si trovi il poeta, ma questo è un altro discorso.

Cos’è per te il pianoforte?

Il pianoforte è tutto: un compagno di viaggio, il mio miglior amico, la mia fidanzata, la mia prostituta.

Quando hai deciso di voler essere un poeta, uno scrittore, un musicista?

Io non credo di essere né un poeta né un musicista e lo dico con molta sincerità. Scrivo poesie, suono e compongo musica, ma tutto qui. Quello che faccio è una palestra per tenere in forma i miei pensieri, ma anche per controllarli da vicino.

Che rapporto c’è secondo te fra arte e natura? Nelle tue poesie il legame appare molto forte.

La natura crea un legame forte su tutto ciò che la circonda, e di conseguenza, non può non creare un legame stabile e forte con la poesia. Il vero problema è  l’uomo, che pur avendo un forte legame con la natura è entrato in conflitto con essa senza precedenti e senza senso. Le mie poesie nascono in particolari luoghi e in determinati momenti, ma vivono e trovano spazio in altri luoghi e in altri momenti. Quando scrivo penso a tutt’altro.

Qual è per te la caratteristica fondamentale della condizione umana?

Dovremmo chiederlo a Renè Magritte o ad Andrè Malraux.

Qual è il ruolo dell’artista nella società contemporanea?

Ha un ruolo molto complicato, ma, per questo, non meno affascinante. Deve lottare, sgomitare, barcamenarsi e soprattutto, uscire di casa con una torcia elettrica sempre a presso. Io, con tutta onestà, posso dire di essermi salvato, infatti, lavoro la terra e mi reputo  un mezzo artista della campagna. Un mago della patata!

Quali sono i tuoi modelli di riferimento?

Direi Beethoven per la genialità e la follia, Chopin per l’eleganza della sua musica. Poi, Dino Campana per la sua espressività di annientamento e di purezza.

La poesia e il libro che avresti voluto scrivere, la musica che avresti voluto comporre.

La Pioggia nel pineto di Gabriele D’Annunzio e il Concerto per pianoforte in La minore di Edvard Grieg.

I tuoi prossimi progetti?

A breve uscirà una mia raccolta poetica dal titolo “Periodo di transizione”. Una raccolta bilingue, italiano/rumeno, tradotta da Daniel Dragomirescu con prefazione di Michela Zanarella.

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