Libri

“Un buon posto dove stare”

51MncH8CLmL._SY346_.jpgdi Gabriele Ottaviani

“Che ti è successo agli occhi?” chiese lei. Lo guardava come se fosse un dipinto astratto. “Sembra che hai fatto a pugni.” Lui abbassò la testa. “Non riuscivo a dormire,” disse. Poi aggiunse: “Mi sa che ho bevuto troppo caffè.” “Sei sicuro di stare bene?” Lui annuì. Poi finì di vestirsi, salutò lei e i bambini e uscì. Quando fu in cantina, controllò l’orologio; aveva trenta minuti, prima che si facesse tardi. Chiuse la porta dall’interno e si mise a spostare di nuovo i sacchi e gli scatoloni, questa volta senza accendere la luce, aiutandosi solo con quella della torcia, attento a non fare il minimo rumore. Non si era mai accorto di quanti suoni si potessero percepire dalle cantine, né di quanto, a quell’ora, il palazzo brulicasse di persone. L’ascensore non faceva che salire e scendere di nuovo, e ogni volta portava con sé qualcuno che avrebbe aperto il garage, dietro alle cantine, e fatto partire l’auto. Una di quelle volte riconobbe la voce di sua moglie. La sentì parlare dentro l’ascensore. Stava ridendo con i bambini e diceva: “Ma è tutta storta, così.” Quando l’ascensore arrivò alle cantine lui trattenne il fiato. Li sentì passare dietro di lui e aprire il garage. Per un attimo ebbe l’idea di uscire di corsa e andare da loro, oppure salire le scale e aspettarli fuori, davanti al cancello, o battere i pugni sul muro e urlare: “Ehi! Sono ancora qui!” Invece trattenne il fiato, e aspettò di sentire il garage chiudersi e l’auto partire, prima di muoversi ancora. Alzando lo sguardo si accorse di un buco nel muro, una decina di centimetri sotto il soffitto. Se fossi un topo, pensò, se io fossi un topo è lì che mi nasconderei. Si arrampicò sullo scaffale e cercò di allungarsi fino a guardarci dentro.

Un buon posto dove stare, Francesca Manfredi, La nave di Teseo. Cloro, Love in a lonely place, Cavalli, Da qualche parte, al sicuro, Esperance, Recherche, Il bosco, Ricorda chi sono, Il topo, Dall’altra stanza, Un buon posto dove stare, Quel che rimane. Tutto appare normale, tranquillo, sereno, consueto. Non c’è nulla di insolito, niente che abbia una parvenza di rischioso, alcunché che induca a stare sul chi vive. Sono vite normali, classiche, semplici, quelle che con una prosa cesellata, elegante, raffinata, schietta, varia e vivace Francesca Manfredi racconta in questa antologia di undici racconti: ma detta così sembrerebbe che non succeda nulla. E invece è tutto il contrario. Perché decisivo nel suo modo di comunicare è il punto di vista: è come se ci si trovasse sempre in bilico, aggrappati a un trampolino con gli ultimi scampoli di epidermide della più distale delle falangi prima di abbandonarsi al tuffo, al salto, al rischio, all’impresa, alla vita vera, quella in cui non si può mentire, e se lo si fa si deve essere pronti a correre l’alea di venire scoperti, e accettarne le conseguenze, nel bene e soprattutto nel male. Gli oggetti e i luoghi non sono poi a loro volta semplici sfondi, ma veri e propri personaggi in cui si rispecchiano le inquietudini dei protagonisti, alle prese con la loro insoddisfazione, spaventati all’idea di non essere amati, preoccupati di perdere quel che hanno, di essere costretti ad accontentarsi, vivendo la quiete  come una sconfitta. Da non perdere.

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