Libri

“Madame Bovary”

afa091_6c7de76cf1824a6f865d7a4cfad7fb42-mv2di Gabriele Ottaviani

Il letto era grande, di mogano, a forma di navicella. Le tende di levantina rossa, che scendevano dal soffitto, si incurvavano molto in basso, vicino al largo capezzale. Niente al mondo era più bello della capigliatura bruna e della pelle bianca di Emma che spiccavano contro quel color porpora, quando, con un gesto di pudore, chiudeva le braccia nude, nascondendo il volto tra le mani. La stanza tiepida, con il tappeto discreto, le decorazioni festose e la luce soffusa, sembrava fatta apposta per le intimità della passione. Quando entrava un raggio di sole, i bastoni delle tende con le estremità a forma di freccia, gli attaccapanni di rame e i grossi pomoli degli alari luccicavano improvvisamente. Sul camino, tra i candelabri, vi erano due di quelle grandi conchiglie rosa in cui si sente il rumore del mare quando le si accosta all’orecchio. Quanto amavano quella bella stanza piena di allegria, nonostante il lusso un po’ spento! Ritrovavano sempre i mobili al loro posto e, talvolta, sotto lo zoccolo della pendola, qualche forcina per capelli che Emma aveva dimenticato il giovedì precedente. Mangiavano accanto al fuoco, su un tavolinetto intarsiato di palissandro. Emma tagliava il cibo e, con mille moine, gli metteva i pezzetti nel piatto; rideva in modo sonoro e sensuale quando la schiuma dello champagne traboccava dal bicchiere sottile sugli anelli che portava alle dita. Erano talmente sperduti nel reciproco possesso, che lì si consideravano a casa propria, e pensavano di poterci vivere fino alla morte, come due eterni giovani sposi. Dicevano: la nostra camera, il nostro tappeto, le nostre poltrone, ed Emma anche: le mie pantofole, riferendosi a quelle che Léon le aveva regalato per soddisfare un suo capriccio. Erano pantofole di raso rosa, orlate di piume di cigno. Quando si sedeva sulle sue ginocchia, la gamba non toccava terra, dondolava libera, e la leggiadra calzatura, sempre in movimento, era sostenuta solo dalle dita del piede nudo.

Madame Bovary, Gustave Flaubert, De Agostini, traduzione, fresca e agile, a cura di Sara Lurago, prefazione di Andrea Bajani. L’autore dovette difendersi di fatto da un’accusa di oscenità per aver scritto quest’opera che in realtà, ovviamente, soprattutto se vista con occhi contemporanei (ma non si può omettere il contesto, specialmente in letteratura), di osceno non ha nemmeno una briciola, e per rimandare al mittente le contestazioni che gli venivano mosse se ne uscì con una risposta che ha fatto epoca: c’est moi. Madame Bovary c’est moi. Bovarismo, non a caso, è detto, come recita il vocabolario, l’atteggiamento psicologico tendente a valorizzare la fantasia e l’istinto fino alla costruzione di una personalità fittizia in contrasto stridente con la realtà. E forse è questo il solo, unico, vero grande scandalo, il permettersi di sovvertire le regole, di ignorare il bianco della copertura del sepolcro, sporcarsi le mani con la vita vera, esponendosi al giudizio di chi è della razza che non si tuffa ma rimane a terra. Emma è una donna, sola, triste, infelice, non esente da colpe, una creatura più che contemporanea: se non ne avete mai letto – o visto rappresentata – l’immortale e universale vicenda è proprio il momento di approfittarne. Ma in realtà è probabile che piaccia proprio a tutti. Perché abbiamo tutti qualcosa in comune con lei, non fosse altro lo strisciante e paralizzante terrore di fuggire l’incontro con la felicità.

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