Libri

“I paesaggi perduti”

51ByKaIgA1L.jpgdi Gabriele Ottaviani

È umiliante scoprire che siamo ricordati dai nostri coetanei come creature imperfette.

I paesaggi perduti, Joyce Carol Oates, Mondadori. Traduzione a cura di Katia Bagnoli. È stata più volte candidata al Nobel e non l’ha mai vinto. Già questo è uno scandalo, altro che il comunque eccezionale Philip Roth. La stessa cosa è accaduta per il Pulitzer, e il fatto grida ancora maggiore vendetta: è in pratica la Thelma Ritter (o Glenn Close o Deborah Kerr, scegliete voi la vostra favorita) della letteratura a stelle e strisce, per non dire mondiale. La sua prolificità è impressionante, ma ciò che stupisce ancor di più è la qualità della sua scrittura, che non è mai meno che magnifica (si è pronti a scommettere che anche la lista della spesa, ammesso che le occorra di redigerne qualcuna, talvolta, sia un pezzo d’arte strepitoso), quale che sia il registro che decide di adottare, la tematica, specie fra quelle che più le sono care, sulla quale sceglie di focalizzarsi, l’ambientazione o il punto di vista: il suo talento è una fonte che zampilla con intensità che mai si affievolisce, con una sostanza che non appare mai diluita, nemmeno di un goccio. E questa volta la disvelatrice per eccellenza dell’ipocrisia del sogno americano, intriso in acque torbide, parla di sé, classe millenovecentotrentotto, da Lockport, contea di Niagara, stato di New York, ventimila abitanti circa, traccia il solco del suo personale e potentissimo Bildungsroman: ma non è un libro di memorie, né un’autobiografia di impronta canonica, indulgente, agiografia, egoriferita, consolatoria, assolutoria, giustificatoria. È un’antologia di attimi di svolta, di flash, di istantanee (e le foto, sensazionali e inedite, non mancano a fare da splendido corollario), quando il corso normale delle cose devia e scaturisce la scintilla del cambiamento: da non lasciarsi sfuggire, come nulla della sua produzione letteraria, per alcuna ragione al mondo.

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