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“Madrepàtria”

download (3).jpegdi Gabriele Ottaviani

Annuso le foglie più verdi e con le dita affondo la terra. Mi assicuro che sia sempre un poco umida, facendo attenzione a non annacquarla quando le do da bere. Premurosa come una madre, mi sembra che non sia abbastanza, e invece a lei basta così poco per continuare a vivere. Nessun essere vivente mi ha mai somigliato tanto. “Poco ma spesso” è il nostro comune denominatore. Poca luce, poca acqua, poco di tutto. La tengo sul davanzale della finestra in cucina, quella che dà sul retro della palazzina e svela i segreti di tutti. Le viscere del condomino in Via dei Durantini. La mia casa, la nostra terra. Da quella finestra io guardo le vite degli altri, anche quelle di chi non vuole raccontarsi e si nasconde, convinto di rimanere nell’ombra. Mi sembrava che quello fosse il posto migliore dove vivere, per una pianta senza troppe pretese, e per una come me. Dall’altra parte batte sempre il sole, e la strada è un via vai di macchine e passanti. Botte e sorrisi, colpi di clacson, di vita e di borgata. Anche per questo di là non potrei lasciare la mia pianta; avrebbe il sole, ne avrebbe tanto, ma verrebbe travolta dalla frenesia, sentirebbe addosso il calore dell’asfalto e l’indifferenza della gomma. Come me, anche lei si trova più a suo agio di qua. Dall’altra parte del mondo.

Madrepàtria – Racconti dell’umana sorte, Valentina Orsini, Edizioni Efesto. L’Italia di oggi sembra quanto di più lontano possibile da quella Zante di cui né più mai il poeta avrebbe toccato le sacre sponde ove il suo corpo fanciulletto giacque, quella Zacinto che si specchiava, si specchia e, a meno, Dio non voglia, di infausti cataclismi, si specchierà nel greco mare da cui vergine nacque Venere, Afrodite perché generata dalla spuma causata dalla precipitazione di alcuni virili ammennicoli in una distesa d’acqua e sale. Eppure, si sa, un classico non finisce mai e poi mai di dire quello che ha da dire, anche perché ognuno lo legge a suo modo, vi vede cose che magari ad altri non capita affatto nemmeno vagamente di considerare: così è Ugo Foscolo, riscoperto dopo anni di polvere, come sovente capita a coloro di cui l’obbligo dello studio non permette di apprezzare pienamente la grandezza (parliamoci chiaro: chi non odierebbe la letteratura sfogliando la gran parte delle antologie scolastiche, dove i testi selezionati sono sempre gli stessi, niente affatto i migliori, e di norma commentati peggio di quanto non sappia fare Wikipedia, con l’aggiunta di esercizi mortificanti anche per l’intelligenza di un babirussa, sia detto senza offesa per tutti i babirussa del globo e i loro sodali? Immaginate poi di stare seduti a un banco mentre vorreste essere altrove alla sesta ora di un venerdì di maggio… Altro che Bergson, il tempo è estensione e durata: lì è pura agonia…), a introdurre con le use universali e sempiterne parole i diciassette ottimi racconti su una generazione, quella dei nati negli anni Ottanta, a cui l’intera società sta facendo di tutto per togliere il presente e il futuro, lagnandosi poi dell’invecchiamento del mondo del lavoro e dell’assenza di prospettive. Valentina Orsini conferma la felicità della sua vena narrativa con una pinacoteca di ritratti che meritano assolutamente di essere letti, e che rispecchiano la brillante originalità dell’idea fondamentale che ne compone il bouquet.

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