Intervista, Libri

Intervista a Guzel’ Jachina

image004.jpgPubblicazione a cura della redazione del comunicato stampa

Domanda: Ci parli della sua infanzia.

Risposta: Sono nata a Kazan e ho parlato solo il tartaro fino a 3 anni, poi all’asilo ho imparato il russo. Ho avuto molta fortuna con i miei genitori che riunivano i due mondi. Mio padre apparteneva all’intellighenzia tartara di famiglia nobile, discendente degli ‘hadj’ la cui origine risale al 1804. In casa avevamo tradizioni borghesi; i pranzi in famiglia, i giochi musical, mi ricordo di grandi riunioni di famiglia che sono terminate con la morte di mia nonna paterna nel 1989.

Domanda: E da parte di madre?

Risposta: Era una famiglia di contadini benestanti. Mia nonna era istitutrice e mio nonno professore di tedesco, ma vivevano come il resto della gente del villaggio dove abitavano, e quando si sono trasferiti a Kazan per dare un futuro migliore ai figli, continuavano a vivere nello stesso modo. Avevano una casa di campagna in pieno centro. Ho passato molto tempo con entrambi le famiglie e passavo da una casa di campagna ad un appartamento dove si pelavano le patate ognunoccon il proprio coltello. Per il resto la mia è una famiglia sovietica banale, mia madre è medico e mio padre ingegnere.

Questo contesto familiare ha avuto un influenza sulla storia del suo libro?

E’ ispirato dalla vita di mia nonna, istitutrice, che fu deportata in Siberia quando aveva 7 anni, i suoi genitori sono stati ‘degoulaghizzati’ e deportati sul fiume Angara dove sono stati abbandonati in mezzo al nulla. Dovevano creare un villaggio, hanno cominciato con lo scavare delle case nella terra poi hanno costruito vere abitazioni e ci hanno vissuto per 17 anni. Mia nonna fu deportata nel 1930 ed tornò nel 1946, date che corrispondono a quelle del mio libro; l’inverno del 1930 rappresenta il picco delle ‘degoulaghizzazioni’ e il 1946 è la data in cui si cominciano a liberare le persone.

Come descriverebbe il suo libro?

Se dovessi farlo in due parole direi: amara felicità. Anche in condizioni inumane le persone possono trovare la felicità, la sofferenza più profonda può nascondere un germe di gioia futura. Se parlo in maniera concreta è un libro sulla ‘degoulaghizzazione’, sulle persone che hanno subito questa repressione. Ho anche voluto dire che quando ci si ritrova tra la vita e la morte, non esistono più barriere sociali o religiose, rimane solo l’anima pura e nuda, l’incontro dei miei due eroi è l’incontro di due anime nude.

Ci parli di loro.

Non sono della stessa nazionalità. Ivan Ignatov è russo e dirige questa operazione di ‘degoulaghizzazione’ deve occuparsi di portare i deportati in Siberia e poi viverci insieme. Lì comincia anche la seconda vita di Zouleikha, le capita una cosa che mai si è sognata: da alla luce un bimbo, va a caccia, maneggia armi, si innamora di un uomo che ha scelto. E’ un romanzo sulla trasformazione di una donna maltrattata in un essere umano.

Cosa vorrebbe che colpisse il lettore?

Vorrei che il lettore risentisse un’emozione, il mio compito principale è fare che il lettore riesca a vivere insieme alla protagonista. Nell’arte la cosa più importante è l’emozione, se la provoco nel lettore sono felice.

Come è venuta a conoscenza della storia di sua nonna?

In casa non si nascondeva nulla, faceva parte delle storie di famiglia, anche se lei non gradiva sempre parlarne. Ho cominciato a documentarmi sul soggetto e all’inizio volevo soprattutto scrivere un romanzo giallo che si svolgeva negli anni ’30 e avevo immaginato una figlia piccola di Zouleikha che ritornava a Kazan per scoprire la storia di sua nonna negli archivi. In questo modo il lettore avrebbe potuto scoprire il processo creativo, la costruzione dei personaggi, lo studio storico e poi ho pensato di descrivere maggiormente il figlio di Zouleikha come pittore celebre. Quando poi ho scritto tutto questo mi sono detta che gli anni ’30 mal si sposavano con la nostra epoca, e allora ho tenuto solo la parte storica.

Cosa si augura per il suo libro?

Vorrei fosse tradotto in altre lingue e immodestamente che fosse portato al cinema, perché questo romanzo era in origine una sceneggiatura, è molto cinematografico, molto dettagliato. In Russia c’è una grande distanza tra il cinema d’autore, che poche persone possono comprendere, e il cinema di massa, creato per una fruizione ampia che non lascia spazio alle storie di qualità. Qualche speranza viene dalle serie televisive con dei progetti comprensibili e pieni di senso. Conosciamo le serie americane, inglesi, scandinave, ma ce ne sono anche di russe. Ripongo grandi speranze nel fatto che queste serie tv possano riempire il divario.

Le piacerebbe che il suo libro diventasse una serie tv?

Certamente. Amo le storie umane. In effetti non ci sono grandi differenze tra la narrazione di una serie tv e la narrazione di un romanzo.

Qual è il suo sguardo sulla Russia di oggi?

Oggi vivo tra Kazan e Mosca, e amo molto viverci. Ho vissuto in Germania, e la mia famiglia pensava che ci sarei rimasta quando invece non l’ho mai pensato. Questo non significa che mi piace quello che sta succedendo in Russia, ma vorrei rispondere parlando della mia generazione. Siamo una generazione fortunata, abbiamo vissuto tutto quello che è possibile vivere, siamo stati dei pionieri che camminavano in fila e montavano la guardia davanti ai monumenti. Abbiamo vissuto la Perestroika essendo già adulti, e abbiamo assaggiato la libertà, i soggetti politici erano in prima fila, era l’epoca in cui i professori a scuola potevano fare tutto ciò che volevano. Per esempio non abbiamo mai aperto un libro di storia perché il nostro professore aveva un approccio particolare, innovatore, studiavamo su documenti d’archivio, su racconti, su testi letterari, facevamo temi su soggetti liberi o su opere teatrali, abbiamo fatto cose impossibili, lo so perché mia figlia ha 11 anni e a scuola non si sente più libera.

Gli anni 2000 sono arrivati e abbiamo consumato tutto ciò che era possibile consumare, e siamo stati vaccinati contro il consumo, cosa che non è ancora possibile per quelli che hanno dai 5 ai 10 anni meno di noi. Tutti questi stravolgimenti ci hanno arricchito.

Pensa che il concetto di libertà si sia deteriorato?

Non parlerei di deterioramento della libertà. Ma la vita cambia. Non augurerei gli anni 90 a me da adulta, ma vorrei che mia figlia entrasse a scuola la mattina negli anni 90 e ne uscisse all’ora di pranzo nell’anno in corso, ma non mi auguro il ritorno di quegli anni. Non posso dire che non ci sentiamo liberi ma posso dire quello che non amo e cioè questo isolamento e il paragone col mondo tutto intorno e le tensioni che aumentano ogni giorno. Visto che sono sempre stata in contatto con degli stranieri nella mia vita è un soggetto a cui sono molto sensibile, faccio fatica con i giudizi anti russi che arrivano dai paesi stranieri e anche con i giudizi dei russi sui paesi stranieri, faccio il tifo per un dialogo amichevole.

Cosa prevede per il futuro? Un aumento o una diminuzione delle tensioni?

Credo che qualsiasi pensiero sull’argomento sia pura speculazione.

Quali sono le sue speranze?

Per la politica, che questa situazione di confronto finisca, credo che molti altri russi lo sperino insieme a me. Spero che il mio libro sia tradotto e che diventi un film, spero che mia figlia ami vivere in Russia, oggi come fra 10 anni. Non c’è nulla di più triste delle persone che perdono la speranza nella loro patria e che non trovano nulla per sostituirla. Nella metà degli anni 90 ho incontrato in Germania dei russi che vivevano questa dolorosa condizione.

Ha mai incontrato immigrati felici?

In maniera basica sì, se uno desidera solo una casa e da mangiare, ma le persone pensanti, che riflettono, no, non ho mai incontrato immigrati completamente felici. Penso sia importante dialogare con i propri antenati;  camminare fianco a fianco con loro non è la stessa cosa che camminare soli in un posto totalmente nuovo.

E’ una questione dolorosa perché abbiamo tutti delle radici che sono state tagliate, delle macchie nel passato dei nonni o dei bisnonni che nascondevano qualcosa. Alcuni sono passati dalle prigioni e altri sono stati deportati.

In Europa non si vive così, quando vivi in una città che ha 2000 anni, tuo nonno costruisce la casa, i mobili, e il tuo bisnonno ha disegnato il ritratto sul muro, in Russia ci manca questo sentimento di connessione, d’appartenenza.

Rimpianti?

Nessuno.

Crede in Dio?

Ho molto rispetto per le religioni ma non vado né in chiesa né in moschea, sono cresciuta a Kazan in una città piena di chiese e moschee ma non ne ho abbracciata nessuna.

Cosa le sembra essenziale in una vita?

Vivere senza rimpianti.

E come si fa?

Bisogna pensare di più.

A cosa? Stalin pensava molto.

Non sono in grado di dispensare ricette, ognuno ha la sua.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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