Intervista, Libri

Eleonora Mazzoni e l’ingrediente della speranza

download (6)di Gabriele Ottaviani

La testa sul tuo petto è il suo ultimo romanzo, ma Eleonora Mazzoni è un’artista poliedrica: Convenzionali ha la gioia di intervistarla.

Da dove nasce l’idea di questo libro?

L’idea di un libro su Giovanni Evangelista mi è stata suggerita dalla San Paolo edizioni e da Davide Rondoni, curatore della collana “Vite esagerate”. Ma è chiaro che non avrei scritto il libro se il “personaggio” non avesse risuonato profondamente dentro di me (e credo che leggendo “La testa sul tuo petto” si capisca bene!). Ho scelto di raccontare la storia dell’apostolo più giovane e più amato attraverso due voci. Una è la sua. E parte dalla fine. Ovvero da Cristo in croce, da quel rapporto di filiazione non di sangue ma di cuore che nasce quando Gesù affida Giovanni a Maria e Maria a Giovanni, e da quel temporaneo ma infinito silenzio di Dio che i discepoli sperimentano con la morte del Maestro. Questa voce prosegue a narrare gli eventi fino all’altra morte, quella di Giovanni stesso, che avviene tardi, intorno al 104 d. C. La seconda voce è la mia: io che mi metto sulle tracce del santo e dei cristiani del I secolo d. C. cercando di rispondere a una domanda. Come ha fatto – mi chiedo – una religione così ostica e ruvida, nata in Galilea, ovvero ai margini estremi del mondo, seguita all’inizio da un manipolo di illetterati e poveri a sedurre e a convertire il sofisticato mondo pagano? Quali sono stati gli elementi di novità che l’hanno affascinato?

 

Cosa rappresenta la religione per lei?

Il tentativo di offrire un senso all’esistenza, di dare una spiegazione al mondo,  all’inizio della vita, alla sua bellezza, alle sue ingiustizie e soprattutto al suo finire. La ricerca religiosa mi ha accompagnato fin dall’infanzia e ancora oggi è un motore importante delle mie giornate. Anche se mi riconosco nella filosofia buddista, il mio viaggio continua. Mi meraviglio sempre quando leggo di altri scrittori o intellettuali o artisti che dicono di essere pacificati nei confronti della morte. Io non lo sono per niente, purtroppo.

 

Cosa c’è di divino in ogni uomo? E di umano nella divinità?

Credo che esista in ognuno di noi, anche nel più orribile delinquente, una parte incontaminata e luminosa, pura, incondizionata, gioiosa, giusta e degna, eterna. Il buddismo la chiama, appunto, la buddità. È qualcosa che accomuna tutti tutti tutti gli esseri umani. Spesso è ignorata. Invece la si dovrebbe tirare fuori e fare emergere. Per quanto riguarda l’umano nella divinità, il Budda dice di essere un uomo che “si è risvegliato” alla sua divinità. Cristo dice di essere Dio che è diventato uomo per incontrarlo. Non più l’uomo che cerca Dio ma Dio che cerca l’uomo. Da questo punto di vista, il Cristianesimo è una religione rivoluzionaria.

Che valore ha per lei il dubbio?

Purtroppo tendo più al dubbio che alla fede. Come in quello strepitoso cameo di Anna Magnani nel film “Roma”: Fellini la segue fino al portone di casa, dicendole che lei è il simbolo della città eterna. E quando le chiede se le può fare una domanda, lei con la sua risata disperata gli risponde: “No, Federì, nun me fido”. Ecco. Anch’io ho la tendenza a non fidarmi.

E la speranza?

È un ingrediente fondamentale per vivere una vita decente. Non si può stare continuamente nella condizione dello scettico. Significherebbe essere fermi, immobili. Per me la speranza è una tensione da coltivare ogni giorno.

 

 

Recitare e scrivere: due attività diverse, unite dal fatto che si tratta comunque di due modalità narrative, si prende un tema e si racconta una storia. Quali sono le differenze? 

Ho affrontato entrambe le attività nello stesso modo. Con lo stesso impegno e onestà. Con la stessa consapevolezza che occorre stare nel presente con totale apertura e sensibilità. La differenza più importante è che per recitare hai comunque bisogno di un pubblico e, anche se si lavora in povertà e essenzialità, di una minima copertura finanziaria. Per scrivere ti serve solo carta e penna, o un computer. Stop. Scrivere è la forma artistica più economica che esista.

 

E cos’è la cosa più importante da tener presente quando si decide di narrare una vicenda?

Direi innanzitutto la necessità. Sentire che quella è la storia che devi assolutamente raccontare tu in quel momento, aldilà di mode o pianificazioni a tavolino, che non funzionano quasi mai (a parte qualche volta commercialmente, ma meno spesso di quanto si creda). Poi è importante la capacità di costruire un’architettura. E quella di trovare la “voce” giusta, parola difficile da spiegare, si potrebbe dire sinteticamente che è l’insieme del punto di vista e del tono.

 

Qual è il libro che avrebbe voluto scrivere? 

Uno qualsiasi di Dostoevskij.

 

E il film che avrebbe voluto interpretare? 

Uno qualsiasi di Truffaut.

 

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