Teatro

“A tribute to Edward Albee”

IMG_5277di Gabriele Ottaviani

I loro dialoghi sono vuoti, e al tempo stesso gravidi del senso tragico della fine. Sembrano riferirsi a cose di nessuna importanza, ma in realtà celano dietro quegli scambi serrati un universo di dolore. Comunicano in maniera anche ossessiva, richiamano l’attenzione dell’altro, che si distrae con i lacci delle scarpe e ripete a pappagallo le ultime sillabe pronunciate per dimostrare di essere stato attento, ma in realtà paiono non andare mai in profondità. Perché ci sono cose che non si possono dire, ma che è impossibile, al tempo stesso, tenere nascoste, chiuse in qualche scatola, dietro ai cuscini di un divano, sotto la sabbia. Mommy è una moglie che vorrebbe spedire contro la sua volontà Grandma, brillante, frizzante, pungente, intelligente, perspicace, in una casa di riposo. Daddy è vittima della sua stessa abulia, e quando arriva una compunta ospite, volontaria in Dio solo sa quante associazioni benefiche, Mrs. Barker, nessuno, nemmeno lei medesima, rammenta perché sia lì. Ma poi torna prepotente il ricordo di un figlio adottivo, e si palesa sulla scena The Young Man, l’incarnazione dell’edonismo muscolare del sogno americano, un giovane bello ma morto dentro, un angelo della morte che si diletta con esercizi ginnici in spiaggia… The Sandbox, una pugnalata di dieci minuti, scritto prima ma, nell’ordine della rappresentazione – meraviglioso che sia stata realizzata in lingua originale: tradurre è sempre, in fondo, un po’ tradire – andata in scena al Teatro San Genesio, caratterizzata da una regia attenta (Sandra Provost), una scenografia perfetta, un allestimento complessivo più che curato e dalle ottime interpretazioni di Edoardo Camponeschi, Fabiana De Rose, Rishad Noorani, Carolyn Gouger e soprattutto Shelagh Stuchbery (si segnala anche la presenza di Matteo Caretto nel ruolo del musicista) posto a seguire il più sviluppato e ricco di suggestioni, tra Ionesco e Pinter, The American Dream (la prima rappresentazione risale al ventiquattro di gennaio del millenovecentosessantuno alla York Playhouse di New York: il testo, come sottolinea l’esaustiva esegesi di Martin Esslin – scrittore, traduttore, giornalista ungherese naturalizzato britannico, nato Julius Pereszlényi, fuggito, in quanto ebreo, dal nazismo, dal millenovecentoquaranta critico per la BBC e morto a Londra nel duemiladue a ottantaquattro anni ancora da compiere – nel suo The theatre of the absurd, genere che definì in senso assoluto, attacca l’ideale di progresso, ottimismo e fede nel patriottismo tout court), anch’esso un atto unico di cui è spiegazione, cornice e conclusione, è l’ennesima perla della produzione pluripremiata, fra Pulitzer e Tony, di Edward Albee (Chi ha paura di Virginia Woolf?). A tribute to Edward Albee – The American Dream & The Sandbox: una ventata di modernità che sembra provenire dal futuro, uno stimolo per la coscienza.

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