Libri

“Terre promesse”

downloaddi Gabriele Ottaviani

Non amava neanche quel suo disgusto per il cibo. Come si fa a mangiare pescando sempre da una busta di carta? Ma, soprattutto, non le piaceva la sua aria di superiorità nei confronti di chi, invece, cucinava ed era curioso di ricette. Marianna, secondo Felicita, avrebbe dovuto vergognarsi di non sapere che la crema pasticcera si fa con le uova e che per brodo non si intende soltanto un po’ d’acqua con un dado che ci galleggia dentro. Dopo anni in cui Felicita, preoccupata per la vicina che stava diventando uno scheletro, scendeva spesso al piano di sotto con un piatto di cibo, mai che una volta Marianna avesse pensato di contraccambiare, anche solo con una di quelle sue buste di carta o con quei vassoietti di plastica del self-service. E quando Felicita la invitava ad andare al mare, non per starci, ma almeno per vederlo, Marianna rispondeva con un’alzata di spalle e diceva che il mare lo vedeva da quando era nata. Lei pensava soltanto al latino e al greco e leggeva direttamente i testi originali: Virgilio, Orazio, Omero, Eschilo. Dedicava molte ore a preparare le lezioni per gli studenti, ma mai che si fosse commossa per Priamo che chiede ad Achille il cadavere di Ettore, o per le malinconiche e struggenti bevute di Orazio, che sapeva benissimo quanto un attimo di felicità sia fuggente, o mai che avesse provato pietà per quella povera Ifigenia, che il padre Agamennone aveva sacrificato per vincere la guerra, o per quella poveretta di Didone abbandonata da Enea. Enea non doveva lasciare Didone, la amava e stava bene con lei. Certo, la sua missione era che Roma avesse origini troiane. Ma era cosí importante? Non potevamo farne a meno, noi italiani, delle origini troiane? Infatti non era vero niente, replicava freddamente Marianna, quella era una storia voluta da Augusto, per farsi pubblicità. Non c’era nessun amore, nessun Enea, nessuna Didone, nessun Achille, Ettore, Priamo, Ifigenia, Agamennone. Per non parlare dei film. Quando Felicita la invitava a guardare un DVD sul nuovo televisore che si era comprata, la storia per piacerle doveva finire male. Il lieto fine le dava il voltastomaco. Eppure Marianna, anche se lontanissima dall’idea che Felicita aveva di un’amica, era la sua amica.

Terre promesse, Milena Agus, Nottetempo. È impossibile che presto o tardi non capiti. Che nel corso della vita non ci si abbandoni alla seduzione dell’illusione. Che il più delle volte però resta frustrata, lascia solo in bocca il più amaro dei sapori, fa desiderare l’impossibile, di tornare indietro nel tempo e modificare il passato. E per eccellenza l’illusione appare come un luogo sicuro, una terra promessa, dove non necessariamente scorrono latte e miele ma di certo si trova la felicità, quale che sia la forma che ognuno le ha dato nei propri vagheggiamenti bramosi. Al tempo stesso però può essere un infido inganno, che fa in modo che ci si crogioli nel rassicurante ripetersi delle abitudini e che pertanto non ci si metta in gioco, non si c0rra il rischio di perdere quel che già si ha e che, anche se ci pare poco e insoddisfacente, è comunque nostro, ci definisce e rende liberi. Ognuno ha la sua terra promessa, appunto, anzi, ognuno ha le sue terre promesse, gli angoli più reconditi del cuore, che si sa che ci sono, ma appaiono nascosti. Ma vale davvero la pena di continuare a cercare? È questo che ci si chiede in questo romanzo dalla scrittura piena d’amore, magnetica e intensa, scabra, profonda, mai banale, che attraversa tre generazioni, che parla di Sardegna, d’America e di sentimenti universali e dà voce alle speranze di chi parte volendo restare, di chi sogna piccole tenere cose, desidera il futuro e al tempo stesso lo teme, accontentandosi di un po’ di stabilità, economica e affettiva, non chiedendo certo la luna, inseguendo cose che paiono importanti ma che forse poi, alla fine, non lo sono poi così tanto, miraggi nella foschia che si alza dal mare mentre la nave va verso la sua destinazione.

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