Libri

“Miraggi”

download (5)di Gabriele Ottaviani

Gli scrittori del gruppo, del quale Lafontaine faceva parte, si richiamavano confusamente, sotto l’aspetto teorico, sia alla tradizione mistica occidentale sia al pensiero di Heidegger e alle sue applicazioni e derivazioni. Essi riservavano un ruolo capitale al silenzio nell’economia sia del mondo sia della letteratura. La scrittura doveva creare al suo interno dei vuoti o delle assenze o delle intermittenze o anche delle lacerazioni che rendessero percepibile quel silenzio essenziale dal quale nascono le parole. “Ascoltare il silenzio”, “interrogare il silenzio”, “raccontare il silenzio” erano formule ricorrenti in un delirio di prolisse e arzigogolate riflessioni dagli effetti involontariamente comici, che tuttavia incantavano gli sprovveduti dentro e fuori l’università. Avevo letto il romanzo di Lafontaine solo a metà e non avevo alcuna intenzione di andare oltre (occorre forse mangiare un intero risotto per sentire se è buono o no?), ma volevo comunque, dato che il caso aveva fatto dello scrittore un mio ospite, formarmi un’idea della sua personalità andando ad ascoltare la lezione per la quale era stato invitato in Italia. Essa fu pubblicizzata tramite un annuncio che recava come logo l’immagine simbolica del silenzio, un fanciullo che si porta l’indice alla bocca, lontana metamorfosi del vecchio dio Arpocrate. Titolo della lezione non poteva che essere: “Al di là delle parole”. Ma era inevitabile pensare che sarebbe stato altrettanto adeguato: “Al di qua delle parole”: il generico e il vacuo offre infatti molte possibilità di articolazione. E perché non “Al di sotto delle parole”? O anche “Al di sopra delle parole”? O ancora “Al margine delle parole”?

Miraggi, Mario Andrea Rigoni, Elliot. C’è chi la insegue tutta la vita e non la raggiunge mai. A qualcun altro invece piove addosso all’improvviso, e ne rimane benedetto per sempre. È la fama. Che molti confondono, specie nel nostro tempo liquido e sempre più mercificato e vacuo, con una sorta di diritto all’esistenza. In realtà, evidentemente, non è così. E non è tutto: non è che la celebrità sia una garanzia di felicità. Anzi, di norma è il contrario. L’esistenza in sé, in effetti, ha difatti degli innati accenti di tragicità. Ma per chi sente di essere ai margini del suo stesso vivere è ancora più drammatico non esistere. Percepire sé medesimi come assenti, inutili, invisibili, immeritevoli dell’amore degli altri, della stima, della considerazione, della partecipazione, dell’empatia, della tenerezza. Essere riconoscibili e riconosciuti, strappare con le unghie e i denti qualche scintillante scaglia di pulviscolo d’immortalità, garantita dal proseguimento della vita nel ricordo di chi resta, e non solo, è per molti indispensabile. Lo è, per esempio, per i protagonisti dei racconti, uno più bello dell’altro, di Rigoni, che cercano sempre di raggiungere ciò che loro sfugge, figure umane caratterizzate con tinte tenui e dettagli raffinatissimi, che generano immedesimazione e comunione, anche se il disincanto, l’ironia, lo sguardo disilluso nei confronti delle piccole umane miserie che ognuno prova e che ci rendono fratelli come forse solo la memoria condivisa, e molto più di tanti altri valori, non mancano nella prosa elegante che fa di questa antologia uno scrigno prezioso.

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