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“Lei mi parla ancora”

COP_10337_Sgarbi_Lei_MI_Parla_OK.qxd:Layout 1di Gabriele Ottaviani

Molte delle persone che oggi sono passate di qui mi hanno chiesto quale sia stato il segreto di un amore così lungo. A dire la verità, loro parlavano di matrimonio. Hai fatto caso che nessuno usa più la parola amore? Secondo me è più paura che pudore. D’altronde, il pudore è morto da un pezzo, mentre la paura non è mai stata così viva. Forse è proprio la scomparsa del pudore che le ha fatto alzare la testa. È la felicità che fa paura. Forse perché ci sembra sempre troppo breve. Sappiamo che passerà presto e temiamo il dolore che ci lascerà. Il dolore, invece, lo temiamo meno. Sembra un paradosso, ma è così. Perché lui non ci delude mai, dal momento che da lui non ci aspettiamo mai niente di buono. Sia come sia. Credo che il diritto di usare la parola amore ce lo siamo guadagnati sul campo. Non lo pensi anche tu? E poi: di cosa dovrei avere paura, ormai? Di raggiungerti? Beh? E quale sarebbe il danno? “Il segreto è uno solo”, ho risposto, “avere senza possedere.” C’è solo un modo per non rischiare di perdere qualcosa o qualcuno cui teniamo: non possederlo. Mi guardavano facendo sì con la testa, ma si vedeva che non capivano. Non capivano che tu e io, Caterina, non ci siamo mai persi perché non ci siamo mai posseduti. Per noi, amarsi ha sempre voluto dire essere, non avere. Essere l’uno per l’altra: non l’uno dell’altra. La differenza c’è. Eccome. Ed è lei che ci ha portati fino qui.

Lei mi parla ancora, Giuseppe Sgarbi, Skira. Con ogni probabilità è la più delicata, dolce, tenera, commossa, commovente, intensa, autentica, intima, universale, generosa, straordinaria, appassionata, sublime lettera d’amore che sia mai stata scritta. Un amore di cui si arriva a dire con assoluta e convincente convinzione che la formula classica atta a sancirlo, questo come tutti, ossia il più celebre tra i novenari celebri,  finché morte non vi separi, in verità è una bugia, il minimo sindacale, perché questo amore è un amore tale che va oltre. E questa è la missiva che tutti un giorno vorremmo ricevere. Quella che forse non ci arriverà mai, perché di amori così forse si è perso lo stampo. Quella che forse se pure ci arrivasse non potremmo leggere, perché se ci venisse dedicata, così dolente e insieme lieta, piena di grazia, consolante, lenitiva come un balsamo e priva di vergogna, perché del dolore non bisogna vergognarsi, così come della gioia, perché né l’uno né l’altra è una colpa, vorrebbe dire al tempo stesso che ce ne saremmo andati via, in quell’altra stanza da cui non c’è ritorno, anche se il muro in fondo è sottile. E saremmo andati via magari persino senza preavviso, approfittando della distrazione di chi ci ama, che ci sia o meno una folaga che si libra repentina in cielo a fargli volgere il capo, per fare in modo che non debba vedere la tristezza dei nostri occhi che si spengono, per fare in modo che non dobbiamo vedere la tristezza dei suoi occhi che si accendono di consapevolezza, quella dell’infame torto subito, lasciarlo solo. Ma chissà se poi davvero da lontano non si legge anche meglio, chissà se poi davvero quel muro sottile non ha qualche piccola breccia, attraverso cui soffiarsi l’anima l’un con l’altro, come Piramo e Tisbe. Rina è morta, Giuseppe è qui, e in queste pagine c’è tutta la vita. Non è così raro che un libro faccia bene all’anima. Ma così tanto, francamente, è quasi miracoloso.

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