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“Architettura italiana – Dal Postmoderno ad oggi”

1296 COP_9112_Mosco_PBK_OK.indddi Gabriele Ottaviani

Nel dopo Tangentopoli l’intellighenzia dell’architettura tenta di fare i conti con le proprie responsabilità. Attento, preciso, e civilmente impegnato il pamphlet di Pierluigi Nicolin Notizie sullo stato dell’architettura in Italia, in cui l’autore mette in relazione il declino estetico con quello morale, ma oltre a lui a fare un punto della situazione ci prova inaspettatamente Vittorio Gregotti in un editoriale di “Casabella” dal significativo titolo Ritratto di una generazione. La generazione a cui si riferisce Gregotti è la sua, quella “di mezzo”, successiva a quella dei maestri (Samonà, Rogers e Quaroni) ma fuori tempo per il ’68. Egli imputa a sé e ai suoi coetanei di aver avuto un atteggiamento ambiguo nei confronti del declino del paese, un “atteggiamento complice più che guida”. Le accuse di Gregotti sono tante e argomentate, anche se non riguardano mai lo specifico dell’architettura; a prevalere è ciò che era stata l’ossessione della “generazione di mezzo”, ovvero il ruolo dell’intellettuale. Un dibattito questo che negli anni successivi verrà del tutto dimenticato, persino osteggiato, generando così una frattura in quella linea continuativa, sebbene eclettica, che aveva caratterizzato l’architettura italiana. Alla fine dell’editoriale Gregotti pone, evidentemente alla nuova generazione del post Tangentopoli, una chiara domanda: “Permanenza, lunga durata, impegno soprattutto, in diversi modi il rapporto con il contesto e la coscienza della propria condizione manierista restano i vocaboli più praticati invece dalla mia generazione. Costituiscono questi nell’insieme un messaggio sufficientemente chiaro e utile?”. Gregotti implicitamente si dà anche la risposta, che è negativa. Egli infatti intuisce che per la nuova generazione questi valori sono diventati dei disvalori: a coloro i quali scelgono l’arrembante decostruzione interessano infatti l’effimero e soprattutto il disimpegno; manierismo poi è un termine che sembra aver perso completamente significato. Alla resa dei conti partecipa, sempre su “Casabella”, Massimo Scolari che risponde duramente alle parole del direttore. Per Scolari infatti la generazione di mezzo lascia a quella successiva, che chiama la “generazione tolta di mezzo”, rovine fumanti per diverse ragioni.

Architettura italiana – Dal Postmoderno ad oggi, Valerio Paolo Mosco, Skira. Trentanove anni fa l’Italia vive una delle pagine più nere della sua storia. Aldo Moro viene sequestrato a Roma, in Via Fani, rapito, ucciso e abbandonato cadavere in Via Caetani, di fronte alla Biblioteca di Storia Moderna e Contemporanea, a metà strada tra la sede del PCI e quella della DC, nel bagagliaio di una Renault 4 rossa. Il conflitto ideologico è al suo apice. Ma nel giorno del funerale dello statista di Maglie viene anche inaugurata la mostra “Roma interrotta”, che sostiene la tesi esattamente opposta. Il postmodernismo infatti si nutre di disimpegno, è il primo sasso gettato in uno stagno fatto di convenzioni e consuetudini che dà il via a un dibattito culturale imperniato su varie tematiche. Al centro, l’architettura, che è disciplina dell’edificare nel senso più ampio ed elevato del termine: lo spazio vitale, urbano, umano, è difatti un luogo al tempo stesso concreto e ideale, la progettazione è emblema di un’istanza di rinnovamento, di un’esigenza di comprensione. L’esegesi storica, culturale, sociale, politica, economica di Valerio Paolo Mosco, docente e dottore di ricerca in progettazione architettonica, è brillante, divulgativa, accattivante, soddisfa curiosità che chi non è esperto del settore probabilmente prima della lettura di questo libro non sapeva nemmeno di avere.

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