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“Putin e la ricostruzione della Grande Russia”

download (5).jpgdi Gabriele Ottaviani

Nel 1972 gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica avevano firmato un trattato con cui ciascuno dei due Paesi si impegnava a costruire sul proprio territorio soltanto due postazioni equipaggiate con sistemi antimissilistici e disposte in modo da evitare che potessero assicurare la difesa dell’intero territorio nazionale o fossero il primo tassello di un progetto destinato a raggiungere un tale obiettivo. Il trattato stabiliva espressamente che «ogni Stato, in tale modo, si astiene dall’impedire la capacità di penetrazione di una rappresaglia missilistica». In altre parole, ciascuno dei due Paesi diceva all’altro che non avrebbe fatto nulla per diventare invulnerabile e che avrebbe sempre offerto il fianco all’amico-nemico con cui aveva deciso di evitare la guerra. Ma nel giugno 2002 Bush annunciò che gli Stati Uniti non avrebbero rinnovato il trattato al momento della scadenza.

Putin e la ricostruzione della Grande Russia, Sergio Romano, Longanesi. Da un certo punto di vista forse effettivamente è vero, nonostante il fatto che, man mano che si va avanti nel tempo, in questo inizio di presidenza Trump in quel di Washington, i dubbi sembrino addensarsi sempre di più come nubi minacciose nel cielo della politica internazionale, che lui e l’inquilino della Casa Bianca sono amici. Quantomeno, paiono per certi versi somigliarsi. Cambiando quel che dev’essere cambaito, per approfondire l’esegesi di queste figure, c’è da dire per esempio che sono entrambi due uomini che sono stati capaci di reinventarsi, di trasformarsi, e al tempo stesso di mantenersi sempre uguali a sé medesimi, intelligenti, preparati, accorti, furbi, brillanti, abilissimi, perfetti seduttori dell’elettorato. Per alcuni questo è un bene, per altri un male. Dipende esclusivamente dalla squadra alla quale si sceglie di aderire, se quella dei sostenitori, più o meno idolatri, o quella dei detrattori, più o meno oggettivi. Certo è che Vladimir Putin, quantomeno negli ultimi quindici anni, se non di più, rappresenta forse la Russia più della Piazza Rossa stessa (per non parlare dei suoi eccezionali scrittori, che ogni due per tre rischiano di finire finanche fuori catalogo): è a capo di un paese immenso, un ex impero di cui tiene salde le redini, con aggressività e spregiudicatezza. Così si è ritagliato uno spazio di manovra fondamentale, un potere enorme a livello internazionale, globale, planetario. Come c’è riuscito? Per Sergio Romano, che ha concluso proprio nella città della Moscova la sua carriera diplomatica onusta di trofei, perché ha saputo coniugare tradizione e innovazione, sfruttando con scaltrezza degna del principe di machiavellica memoria ogni cosa a suo vantaggio: la religiosità ortodossa, la rivoluzione d’ottobre, la grandiosità dello zarismo, la tradizione, il mito dell’uomo forte e l’identità. Evidentemente rispondendo a una esigenza del suo popolo, cui forse non importa granché che per esempio in Cecenia ogni giorno ci sia un vero e proprio sterminio di persone colpevoli esclusivamente di essere omosessuali. Ma la Russia è un interlocutore troppo importante per l’occidente per non cercare di comprenderlo, di penetrarne il mistero di fondo, le sue peculiarità: Romano scrive assai bene un volume leggibilissimo e imbevuto di informazioni, che fa pensare.

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