Libri

“Volevo tacere”

download (2).jpegdi Gabriele Ottaviani

Quando il popolo, senza l’onere della prova, con suffragio diretto, scrivendo semplicemente sui cocci, ha diritto di accusare genericamente qualcuno di essere «antidemocratico» o un «nemico del popolo», e quando questa accusa si traduce poi, senza bisogno della sentenza di un tribunale, nella pratica di gettare in prigione, annientare sul piano sociale ed economico o costringere all’esilio colui che vede il proprio nome scritto sui cocci – o dalle rotative di una macchina tipografica –, il popolo esercita volentieri questo suo diritto, perché un gioco così impersonale, dunque così deresponsabilizzante, dà un’enorme soddisfazione, una sorta di euforia, a chi vive nell’anonimato, privo di qualsiasi autorità reale…

Volevo tacere, Sándor Márai, Adelphi, traduzione di Laura Sgarioto. Non chiederci la parola che squadri l’animo nostro informe, ha scritto Montale. Mentre Quasimodo si domanda: E come potevamo noi cantare con il piede straniero sopra il cuore, fra i morti abbandonati nelle piazze sull’erba dura di ghiaccio, al lamento d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero della madre che andava incontro al figlio crocifisso sul palo del telegrafo? Márai nasce nel millenovecento a Košice, studia a Lipsia, a Francoforte sul Meno, a Berlino, inizia a pubblicare a diciassette anni, con una raccolta di poesie, e a collaborare, come del resto faranno anche Mann, Weber e Zweig, solo per fare qualche nome, con la Frankfurter Zeitung, prestigiosa antenata dell’attuale Frankfurter Allgemeine Zeitung, testata vivente tra il milleottocentocinquantasei e il millenovecentoquarantatré, si sposa a ventitré con Lola, di origini ebraiche, con cui dopo il secondo conflitto mondiale adotta un orfano di guerra. Nel frattempo la sua vita non è certo facile: la povertà e soprattutto il dramma dell’esilio fanno sentire la loro durezza. Inoltre va detto che la rivalutazione del pregio della sua opera avviene decisamente troppo tardi: invece è indispensabile leggere questo autore di straordinaria modernità, che incarna pienamente l’intellettuale del Novecento, che sempre meno si riconosce in una realtà avviata verso la totale reificazione. E che quindi vorrebbe far cadere una coltre di silenzio. Ma non può farlo, non può non far sentire la sua voce, far valere a livello storico, politico, culturale, sociale la sua testimonianza. Perché il mutismo è spesso complice del sotterfugio, del ladrocinio, della prevaricazione. Un’opera bruciante e dolorosa, una confessione, un atto d’accusa contro ogni totalitarismo ed estremismo, un testamento, sofferto, tradito, travagliato. Da non perdere.

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