dialettologia, le parole della domenica

“Spàtula”

download (5).jpegdi Giuseppe Mario Tripodi

Spàtula, dal greco spàthe, arnese per addensare la tela, come il corrispondente latino Spatha, ae, ‘pezzo di legno largo e piatto, del quale si servivano i tessitori invece del pettine (pecten, greco cteìs) sull’antico telaio verticale, per battere la trama, e così rendere più fitto il tessuto’(Gheorghes-Calonghi, sub voce); anche Rohlfs censisce il significato (scotola per battere  il lino prima di pettinarlo) ma è più vago.

Ma la spatula è, in calabrese, anche un fiore selvatico dalle foglie lunghe e strette terminanti a punta. Il seme, sferico e  di color nero, è detto cucùddhu (dal greco kòkkos-ou, granello, nocciolo, grandine di forma sferica (donde cucuddhiari, grandinare), piaga la trebbiatura del grano e dell’orzo e deve essere isolato per evitare che la farina sia poco bianca e di sapor disgustoso.

Il significato floreale calabrese ha sicuramente a che fare con il corrispondente latino, gladiolus, come appare evidente dalla lettura di Isidoro di Siviglia: Gladiolus, quod sit foliis gladii similibus, thyrso cubitali, floribus purpureis (Etimologie, XVII, 19, 83), ‘Piccola spada, poiché è di foglia simile al gladium, con fusto alto un cubito e con fiori rossi’.

I romani distinguevano il gladium, usato nel combattimento ‘corpo a corpo’ e lunga un cubito (45 cm), come precisa Isidoro,  dalla spatha, di evidente etimo greco, che veniva impiegata come fendente ed era lunga il doppio.

C’è però un problema etimologico: la spàtula calabrese (fiore) deriva dalla parola greca originaria o dalla spatha latina derivata, a sua volta, dalla greca?

Il fatto che il latino abbia una sua voce, gladiolus, per indicare il fiore e non presenti diminutivo di sorta derivato da Spatha, fa escludere la seconda ipotesi.

In altri termini ci sarebbe stata una derivazione analogica spatha greca > spàtula calabrese molto probabilmente anteriore alla formazione latina gladium > gladiolus, poi tramandatesi nell’it. gladiolo, nel fr. glaïeul, nel ted. Gladiole, nell’ing.  gladiolus (plur, gladioluses) con riferimento al fiore, ma anche sword-grass, erbaspada; anche lo spagnolo presenta il neolatino gladiolo per il fiore ma, per la definizione botanica, usa estoque, equivalente semanticamente alla nostra spatula: estoque, planta de la familia de las iridaceaa, de cuatro a sei decimetros de altura, con hojas radicales, en figura de estoque, y flores en espiga terminal, rojas…”.

La mancanza nei dialetti calabresi, anche in quelli settentrionali, non solo di derivati dal gladium ma di qualsiasi parola con radice glad- si spiega con il fatto che l’uso di spàtha e spàtula, evidente consolidato prima che si diffondesse la parola latina, ne inibì qualsiasi intrusione nella punta dello stivale.

Inoltre la parola calabrese è più precisa con riguardo alle dimensioni; infatti ‘piccola spatha’ corrisponde al cubito di Isidoro: lunghezza normale 90 cm, piccola 45; mentre, essendo il gladium di 45 cm di altezza, se si cerca una lunghezza piccola ne vien fuori una non proporzionata a quella della spatula.

Le parentele col greco spatha, al contrario, sono attestate dalla presenza dall’ittionimo spàtula, pescebandiera, con il derivato spatulara, lenza per pescare le spàtule, nonché dal verbo spatuliari, legato al verbo greco spathao e con significati sovrapponibili ai suoi: dissipare, sperperare, prodigare, dilapidare.

Una prova o, se non si vuole, quantomeno un indizio della discussa tesi di Mario Alinei: Nella teoria della continuità , passano quindi in primo piano, necessariamente, i dialetti, come documentazione molto più antica ed importante – sia per quantità che per qualità – delle lingue scritte antiche, per definizione poche e di epoca recente (Origine delle lingue d’Europa, II, Bologna 2000, p. 951).

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