Libri

“Pavarotti ed io”

cover_sitodi Gabriele Ottaviani

«Io allora ti chiamerò Tino», mi annunciò risoluto, con quel sorriso largo e brillante che a me e a tutto il mondo è rimasto come il ricordo più immediato ed indelebile di lui, come lo svolazzo di un autografo. Abbreviando il mio cognome e ignorando il nome, mi affibbiò un epiteto che è il diminutivo di Concetto, un sinonimo in italiano di “idea” che non mi fu per niente sgradito perché conforme al mio spirito di iniziativa. In seguito Pavarotti non mi ha mai chiamato Edwin ma neppure Tino, se non in determinate occasioni, quando eravamo in ufficio o a distanza. Ha sempre preferito l’epiteto ancor più italiano di “Ciccio” che comunque rivolgeva a chiunque ammettesse nella sua sfera di confidenza, donne incluse. Ciccio fu infatti il nomignolo che usò la prima volta che mi vide e che tradussi alla meno peggio nel peruviano “Gordito”, cicciottello, anche se grassoccio proprio non ero. E Ciccio mi avrebbe chiamato ogniqualvolta fossimo stati da soli. Ho finito perciò per preferire questo nome addirittura al mio. Ma ancorché portassi un nome europeo, due anni prima di entrare nel team di Pavarotti stavo per finire invece nello staff di un principe thailandese e diventare asiatico. Era il 1993. Ero già alle dipendenze come cameriere dell’Hotel Las Américas, un fiammante cinque stelle meta del jet set internazionale, e fui incaricato di coordinare il servizio di assistenza del reale della Thailandia che arrivò con un seguito di ben cinquanta persone. Al termine del soggiorno il principe in persona mi propose di far parte del suo servizio, cosa che avrebbe significato lasciare il Perù, il mio lavoro, i miei genitori, gli amici e soprattutto mio figlio Carlitos di tre anni che, pur vivendo con la madre, vedevo spesso ed era il mio affetto più grande.

Pavarotti ed io – Vita di Big Luciano raccontata dal suo assistente personale, Edwin Tinoco, Aliberti. L’immagine che ha sempre dato finché era in vita e che ancora adesso ne connota per lo più globalmente il ricordo è quella in generale di un uomo grande, grosso e buono, dotato di una voce strepitosa, gaudente, mai altezzoso, generoso, simpatico. Elisa, altra voce magnifica, ha per esempio raccontato in un’intervista che al primo incontro la accolse, conquistandola immediatamente più di quanto già non lo fosse per ammirazione – e del resto non poteva essere altrimenti –, nel giardino della sua magione con un sorriso da orecchio a orecchio mentre comodamente seduto a un tavolo con una mano si cibava di scaglie di parmigiano e con l’altra di succosi acini d’uva. Un quadretto di indubbia goduria, non c’è che dire, ritratto grazioso di un grande artista, che rivive oggi, oltre che nelle sue opere, ancora udibili attraverso i più vari supporti, anche nel disegno affettuoso che ne fa il suo più fidato collaboratore: un racconto piacevolissimo a leggersi, semplice, chiaro, lieve.

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