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“Mio padre Enzo”

cover_ferrari_sitodi Gabriele Ottaviani

  • Non a caso sarà lui, Enzo Ferrari, a osare l’inosabile, paragonando Gilles Villeneuve al leggendario Nivola.
  • Sì e questo spiega molte cose, spiega anche perché mio padre non riuscisse ad arrabbiarsi con gli eccessi di Gilles, con le sue esuberanze che a volte passavano il segno. Ma al confronto con Nuvolari saremmo arrivati dopo, molto dopo. Prima, ci furono le amarezze.
  • Nel 1977 Villeneuve debutta nel mondiale con la Rossa e non sono rose e fiori.
  • No, era inesperto e si vedeva. Inoltre non è che i suoi colleghi, i piloti di altre scuderie, lo aiutassero a inserirsi nell’ambiente, lo avvertivano un po’ come un corpo estraneo, un alieno. Ci fu anche un tremendo incidente in Giappone, Gilles aveva appena cominciato con noi: in gara entrò in collisione con la macchina di Ronnie Peterson e la Ferrari decollò, precipitando tra la folla. Ci furono dei morti. Una bruttissima vicenda.
  • In quel momento vi sfiorò il timore di aver clamorosamente sbagliato la scelta dell’uomo?
  • Sì, lo ammetto: io, mio padre e i nostri collaboratori fummo molto turbati dal disastro. Da fuori arrivavano pressioni molto forti. C’era chi sosteneva che Ferrari si era ormai rincoglionito e che bene avrebbe fatto a riconoscere l’errore, licenziando in tronco lo sconosciuto canadese.
  • Suo padre valutò l’ipotesi?
  • Non pubblicamente. Il dubbio gli era venuto, era impossibile non averlo. Ma lui era un uomo tenace, non accettava l’idea del passo indietro, non era nel suo stile pentirsi e chiedere scusa. E poi, ripeto, da Forghieri in giù c’erano persone che avevano visto del buono, nel modo in cui Gilles viveva l’automobilismo.
  • Decideste di tenere duro.
  • Sì, ci tenemmo Villeneuve per il 1978, in coppia con il confermato Reutemann. Con il senno di poi, fu una decisione felice.

Mio padre Enzo – Dialoghi su un grande italiano del Novecento, Piero Ferrari con Leo Turrini, Aliberti. È stata senza ombra di dubbio una delle figure più importanti, discusse, ammirate e invidiate della storia non solo dell’imprenditoria italiana, ma anche, se non per certi versi soprattutto, dello sport. In particolare, ovviamente, dell’automobilismo, visto che i bolidi che portano il suo nome sono oggetto di un autentico culto da parte degli appassionati o anche dei semplici esteti, che rivedono nelle carrozzerie filanti dei vari modelli il riverbero della bellezza, connubio di natura e ingegno, e che paragonano il rombo del motore a un vero e proprio canto polifonico. Il ritratto che si fa di Enzo Ferrari, di cui certo non è questa la prima biografia, in questo volume è assolutamente privo di retorica e agiografia, e nonostante sia condotto con empatia, partecipazione, affetto, per non dire amore, quello di un figlio per colui che è stato il suo genitore, è asciutto, attento, curato, preciso, appassionante. Da non perdere.

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