Libri

“Annie John”

416BP5P0oZLdi Gabriele Ottaviani

Il mattino in cui lo impiccarono, la gente si radunò fuori dalla prigione e aspettò di sentir suonare la campana della chiesa, segno che la sentenza era stata eseguita. Io e Mineu avevamo sentito parlare tante volte di quella storia dai nostri genitori, finché lui aveva inventato un gioco. Come al solito, Mineu interpretava tutti i ruoli principali. Interpretava l’assassinato e l’assassino, passando dall’uno all’altro; la ragazza la lasciavamo in silenzio. Quando il caso arrivava in tribunale, Mineu interpretava il giudice, la giuria, il pubblico ministero e il condannato, seduto nella gabbia del condannato. Nulla era divertente quanto vederlo emettere il verdetto su se stesso, usando vecchi stracci e una parrucca per la parte del giudice; nulla era divertente quanto vederlo nel ruolo del boia ubriaco mentre impiccava se stesso. E dopo che era stato impiccato arrivavo io, la madre, a piangere sul corpo deposto a terra. Poi ci alzavamo e ricominciavamo tutto da capo. Appena concluso l’episodio tornavamo di nuovo al bar, con Mineu che litigava con se stesso e la sua ragazza e poi metteva fine a tutto con qualche rapido colpo. Tentavamo sempre di ricostruire nei dettagli la realtà come l’avevamo immaginata, e perciò eravamo andati in cerca di vecchi mobili per fare lo scranno del giudice e il banco della giuria, e avevamo messo alcune pietre davanti al giudice per rappresentare le sedie del pubblico e il pubblico stesso. Quanto all’impiccagione, anche quella doveva essere realistica, così Mineu aveva trovato un pezzo di corda e l’aveva legato sul cancello del suo cortile, poi aveva fatto un cappio per infilarci dentro la testa. Quando aveva il cappio intorno al collo, afferrava la corda da sopra e si dondolava avanti e indietro per far vedere che era impiccato e già morto. I nostri giochi si conclusero quando per poco non successe una cosa brutta. Un giorno, giocando nel solito modo, arrivammo alla parte del cappio intorno al collo. Quando Mineu si tirò su da terra, il cappio si strinse.

Annie John, Jamaica Kincaid, Adelphi, traduzione di Silvia Pareschi. La sensualità della bellezza di Antigua si spande come il profumo d’un fiore tropicale dai petali vellutati e policromi attraverso le pagine di questo magnifico romanzo, che sa essere consolante ma pure dolente e drammatico, animato da una forte tensione che accende l’attenzione del lettore, che si ritrova avviluppato in una fitta trama, da cui non si può desiderare di liberarsi, tale è il fascino. Annie John è la luce degli occhi di sua madre, cresce in un eden solitario. Il problema, però, è proprio questo: cresce. Da un giorno all’altro, quando si palesa il naturale passaggio all’età fertile, il rapporto con la genitrice muta, agli abbracci si sostituisce una lotta, su quel terreno franoso che mette in gioco presente, passato e futuro, incipiente maturità e primi palpiti d’adolescenza. Magnifico.

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