Cinema

“The wonderful kingdom of Papa Alaev”

unnamed (1)di Gabriele Ottaviani

The wonderful kingdom of Papa Alaev. Nel corso del mese di maggio sarà sugli schermi di Boston, Barcellona, Cracovia, Salonicco, Istanbul, Belgrado, Londra e persino della Nuova Zelanda. Inoltre ha partecipato a un mare di festival da quando la sua lavorazione, portata a compimento anche con il sostegno, fra gli altri, del Tribeca Film Institute, è stata terminata, e non è difficile capire quale sia il motivo. Il film è brillante, originale, insolito, intelligente, ben fatto, ben scritto, ben diretto. È un documentario. È il racconto solido e avvincente, con accenti finanche shakespeariani, di uno spaccato di vita riprodotto con linearità. I Tagiki sono un gruppo etnico originario dell’Asia centrale e diffuso in Tagikistan, Afghanistan, Uzbekistan, Iran, Pakistan: per lo più, ma non solo; ne vivono diversi, per esempio, anche nella provincia dello Xinjiang, in Cina, o in Isreale, come la famiglia di cui lo spettatore ha la possibilità, in questa pellicola, di entrare per certi versi a far parte, sedendosi al desco con loro, assistendo al dipanarsi delle loro vicissitudini. La lingua tagika appartiene al gruppo delle lingue indoeuropee iraniche, e i componenti di questo gruppo la conoscono: sono tutti legati da vincoli di sangue e di parentela, vivono in Israele, sono una famiglia che fa musica da quando esiste, guidata dal burbero e carismatico Papa Alaev, cui solo una figlia ha saputo opporsi, dimostrando la medesima forza di volontà. Ma il tempo scorre per tutti, nemmeno Papa Alaev può fermarlo: l’ottantesimo genetliaco si avvicina, e cosa sarà dunque della loro storia? Da vedere.

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